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Terzo settore

L’attuazione della riforma del Terzo settore: a che punto siamo?

Antonio Fici

Pur essendo già vigente, la nuova legislazione sul Terzo settore – le cui fonti principali sono il d.lgs. 117/2017, recante il Codice del Terzo settore, e il d.lgs. 112/2017, dedicato all’impresa sociale – richiede una serie di atti ulteriori per poter divenire effettivamente operativa. In questa breve nota ci si propone di fare il punto della situazione, descrivendo lo stato dell’arte, per come almeno esso è noto a chi scrive. La situazione non appare delle più favorevoli, perché il “cantiere” della riforma sembra stia attraversando una pericolosa battuta d’arresto.

 

È noto, innanzitutto, che le due fonti principali sopramenzionate sono state di recente “ritoccate” da due decreti legislativi “correttivi” (rispettivamente, il d.lgs. 105/2018 e il d.lgs. 95/2018). Tali decreti da un lato non hanno alterato l’architettura complessiva degli atti che ne costituivano l’oggetto, dall’altro lato, pur avendo introdotto opportune modifiche ed integrazioni, alcune abbastanza rilevanti (come l’articolo 22, comma 1-bis), non hanno tuttavia risolto alcune questioni e criticità poste e sollevate dai testi originari. È anche per questo che alcune modifiche ulteriori al Codice sono attualmente in discussione in sede di conversione (già avvenuta al Senato) del decreto legge fiscale 23 ottobre 2018, n. 119. Tali modifiche dovrebbero in particolare riguardare la definizione di ente del Terzo settore “non commerciale”, o meglio, le condizioni affinché un ente del Terzo settore possa conservare lo status di “non commercialità” (e i relativi benefici fiscali), prevedendosi un allentamento del regime rispetto alla versione precedente. Un’importante modifica dovrebbe poi interessare le organizzazioni di volontariato, alle quali, attraverso una variazione dell’articolo 33 del Codice, diverrebbe consentito svolgere (anche le) attività di interesse generale verso il pagamento di corrispettivi superiori ai costi di realizzazione di tali attività, purché esse siano svolte come attività “secondarie” e dunque nei limiti di cui all’articolo 6, cioè la secondarietà e strumentalità.

 

Proprio con riferimento all’articolo 6 si avverte già la battuta d’arresto di cui si parlava. Un decreto interministeriale doveva infatti stabilire cosa s’intendesse per “secondarie e strumentali” con riferimento alle attività diverse da quelle d’interesse generale. Ma questo decreto non è stato ancora emanato. O meglio, sono note alcune bozze, ma l’iter formale, abbastanza complesso, di sua approvazione, non risulta ancora avviato. In particolare, il decreto doveva ricevere il parere della Cabina di regia (un organismo interministeriale), che però è costituita ma non operativa. Ed una volta ottenuto tale parere, occorrerà anche il parere del Consiglio di Stato, poiché quello in questione è un decreto di natura regolamentare. Insomma, sono ancora prevedibili tempi molto lunghi per un decreto di centrale importanza nell’impianto complessivo della nuova legislazione sul Terzo settore.

 

Sempre nella citata Cabina di regia giacciono le linee-guida ministeriali sul bilancio sociale degli enti del Terzo settore, dopo aver ricevuto il parere favorevole del Consiglio nazionale del Terzo settore. Mentre le linee-guida sulla valutazione di impatto sociale devono ancora ricevere il parere del Consiglio nazionale del Terzo settore, il quale, però, non è mai stato convocato dal nuovo Ministro, risalendo dunque la sua ultima riunione alla primavera di quest’anno ad opera del precedente Ministro del lavoro.

 

Al Ministero del lavoro si sta intanto lavorando sui modelli di rendicontazione economica (cioè il rendiconto per cassa e il rendiconto gestionale, a seconda che l’ente abbia entrate inferiori o superiori a 220.000 €) degli enti del Terzo settore, da offrire agli enti del Terzo settore in attuazione dell’articolo 13 del Codice (in mancanza di questi modelli, gli enti saranno liberi di scegliere come formulare i loro bilanci).

 

Ma l’assenza più rilevante è sicuramente quella del Registro unico nazionale del Terzo settore. Finché questo Registro non vi sarà e diverrà operativo (si parla già dell’estate del 2019), la Riforma del 2017 non potrà mai trovare completa attuazione. Basti pensare al fatto che l’assenza del Registro impedisce la costituzione di enti del Terzo settore diversi da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale ed imprese sociali.

 

Un’altra assenza rilevante è quella relativa alle autorizzazioni comunitarie necessarie per rendere efficaci le importanti misure fiscali contenute nella nuova legislazione. A quanto ci risulta le domande di autorizzazione non sono state ancora inoltrate alla Commissione europea, che dovrà successivamente dare il placet. Quella relativa all’articolo 18 sulle agevolazioni alle imprese sociali risulta essere in fase di avanzata lavorazione presso il Ministero del lavoro, ciò che fa ben sperare almeno con riguardo all’impresa sociale: dalle misure fiscali dipende infatti fortemente la reale possibilità di “decollo” di questa figura (per chi volesse approfondirne la nuova disciplina dalla prospettiva dei benefici potenziali per i suoi diversi stakeholder, rinvio a questo mio recente scritto).

 

Last but not least, al Ministero del lavoro si sta lavorando ad un’importante circolare sugli adeguamenti statutari necessari agli enti del Terzo settore già costituiti prima dell’entrata in vigore della riforma, cioè il 3 agosto 2017. Essa chiarirà diversi aspetti controversi, ed è attesa prima della fine di quest’anno.

 

Di fronte a questo scenario, a dire il vero non troppo confortante, come devono dunque comportarsi gli enti del Terzo settore?
A tal riguardo occorre innanzitutto distinguere tra enti già costituiti prima del 3 agosto 2017, dunque sulla base delle vecchie normative rimpiazzate dalla nuova, ed enti costituiti dopo quella data.
Gli enti già costituiti avranno tempo fino al 2 agosto 2019 (questo è infatti il nuovo termine fissato dal “correttivo”, che ha prorogato il precedente di sei mesi) per adeguare i propri statuti alla nuova disciplina. Nel merito, essi dovranno prestare particolare attenzione alla circolare ministeriale sugli adeguamenti testé riferita. Essa dà infatti precise indicazioni sulle forme e modalità di adeguamento degli statuti, nonché sulle procedure a tal fine necessarie (nell’alternativa tra assemblea ordinaria e straordinaria).
Gli enti costituiti dopo il 3 agosto 2017 dovrebbero invece, a rigore, già essere in regola con le nuove norme, posto che esse si applicavano immediatamente a tutti gli enti da costituirsi dopo il 3 agosto 2017.

 

Per quanto riguarda invece gli enti ancora da costituirsi, in attesa del Registro, essi non potranno che avere la forma di organizzazione di volontariato, di associazione di promozione sociale o di impresa sociale (inclusa la cooperativa sociale), posto che solo per questi enti esistevano registri di settore che in questa fase transitoria sono equiparati al Registro. Solo dopo l’operatività del Registro, infatti, sarà possibile costituire enti filantropici, reti associative, ecc. Rimane la possibilità di iscrivere l’ente (ad es. una fondazione sostanzialmente di erogazione) nel registro delle ONLUS, ma ciò non comporterà un successivo passaggio automatico al Registro, che dovrà effettuarsi una volta che esso sia funzionante. Determinerà soltanto l’equiparazione dell’ente agli enti del Terzo settore durante questo periodo transitorio (che si spera ancora non troppo lungo).

 

Antonio Fici

Vedi anche

Terzo settore: stato dell’arte e nuove prospettive

Giovanni Giudetti

Pubblicate in Gazzetta Ufficiale le linee guida ministeriali sul bilancio sociale degli enti del Terzo settore

Diritti Umani, Pace e Terzo settore

Vincenzo Buonomo

Futuro del lavoro e Terzo settore

Felice Scalvini

Quale ente del Terzo settore? Ragioni e necessità di una formazione ad hoc

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