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Terzo settore

Analisi e nuove prospettive del Volontariato

Giovanni Giudetti

«Il volontariato deve essere considerato uno degli strumenti più efficaci di sviluppo, (…) occorre investire nel volontariato, perché se opportunamente alimentato e strutturato diverrà il fattore propulsivo per lo sviluppo socio-economico, nazionale e internazionale».
Da tali prerogative, passando per le attuali novità del settore, il prossimo 5 dicembre a Roma il Forum Terzo Settore, CSVnet e Caritas Italiana celebrano la 33ma Giornata internazionale del volontariato indetta dall’Onu nel 1985, sarà occasione per riprendere gli incipit emersi dalla Dichiarazione di Maseru sulle caratteristiche in divenire di questa attività. Inoltre il medesimo giorno ci sarà anche l’annuncio se Padova sarà risultata vincitrice del titolo di Capitale Europea del Volontariato (bando lanciato dal Centro Europeo per il Volontariato – Cev). Tutto questo a testimonianza del fatto che, negli anni, le trasformazioni non sono state del tutto immediate, ma qualcosa sta cambiando, e si è dovuto attendere alcune delle recenti riforme per dar luce al moderno “sistema di volontariato”.

 

Da sempre il volontario viene considerato come colui che si impegna sulla base di una libera scelta a prestare un servizio di interesse sociale comune nell’ambito di una azione senza prevalenti finalità di lucro. Tuttavia tale attività ha subito una evoluzione ed una crescita in positivo per quel che riguarda la matrice organica dell’ente di volontariato nel Terzo settore in una prospettiva di collaborazione rivolta al singolo soggetto.

 

Quindi siamo dinanzi ad un sistema non fondato esclusivamente sulla carità e sulla beneficenza per via generale, ma sorretto direttamente dalla partecipazione di tutti gli individui attraverso le loro singole liberalità. Questo parafrasando quanto espresso da L. Tavazza che spiegava come il fenomeno si sia esteso allargando il gruppo dei cittadini solidali e consolidando la struttura organizzativa delle associazioni. Così, di consueto, la crescita del legame con le istituzioni pubbliche non corrisponde alla capacità di operare in partnership, divenendo mero fenomeno di sostegno al sistema sociale e di welfare dello Stato e generando confusione nella sua interpretazione di insieme.

 

Sicuramente il nuovo Codice del Terzo settore ha il merito di aver disciplinato in positivo i differenti requisiti assieme agli ambiti di intervento, ma emerge la necessità di far chiarezza sul ruolo qualificante del singolo soggetto.
A tal proposito possono essere individuati 5 elementi essenziali per distinguere l’azione di volontariato:

 

1. L’impegno: una concreta motivazione che anima, oltre il requisito della temporalità della prestazione, la condotta della persona volontaria.

 

2. La scelta senza vincoli: ogni volontario è indirizzato dalle proprie passioni e dai suoi interessi.

 

3. La tipologia del servizio: l’attività svolta con le sue specifiche deve avere un riscontro diretto tra gli stakeholder e deve essere riconosciuta come un bene dalla comunità di appartenenza.

 

4. L’organizzazione: il soggetto che svolge un’azione di volontariato, quasi nella sua totalità, non prescinde da enti e organismi idonei a permettere il raggiungimento degli obiettivi prefissati. È da considerarsi questo uno degli elementi che distingue tale attività da altre iniziative caritatevoli, assistenziali e di umana beneficenza.

 

5. L’assenza di finalità di lucro: resta una delle condizioni portanti del requisito di volontario, ma di recente si assiste ad una evoluzione di questo elemento un tempo di indiscussa intangibilità. Il modello compartecipato e la repentina crescita economica (anche di soggetti coinvolti) del Terzo settore generano una produzione di beni e servizi che va al di là dell’opera svolta per puro spirito di benevolenza.

 

In questa linea di concetto si colloca l’ultima pubblicazione riguardante “la struttura e i profili del settore non profit” in Italia. Da poco l’Istat ha diffuso i dati riferiti all’anno 2016 che mostrano come le istituzioni non profit attive in Italia siano 343.432 e complessivamente impieghino, alla data del 31 dicembre 2016, 812.706 dipendenti. I dati fanno emergere, inoltre, come siano le fondazioni a crescere di più (+16,4%), mentre le cooperative sociali mostrano un lieve calo (-3,3%). I dipendenti aumentano in misura maggiore nelle fondazioni (+10,3%) e nelle cooperative sociali (+3,0%). La distribuzione degli operatori per forma giuridica resta piuttosto concentrata, con il 52,7% impiegato dalle cooperative sociali rispetto al 19,1% e al 12,1% di associazioni e fondazioni. La media dei dipendenti, pari a 27,5 tra le cooperative sociali, scende a 0,5 tra le associazioni. Curioso come rispetto al precedente anno le istituzioni in crescita sono quelle impegnate nelle attività religiose (+14,4%), delle relazioni sindacali (+5,8%) e dell’ambiente (+6,2%); al contrario, risultano in calo i settori della cooperazione e solidarietà internazionale e dello sviluppo economico e della coesione sociale. Tuttavia occorre sottolineare come il ricorso al personale dipendente sia maggiore in alcuni settori d’attività: l’85,5% delle istituzioni non profit opera senza personale dipendente (quindi in condizioni di volontariato), invece, nei settori dell’istruzione e ricerca e dello sviluppo economico le quote si attestano rispettivamente al 41,2% e al 25,8%.
Tali dati strutturali devono far riflette su come sia ormai prassi consolidata quella che permette ad ogni ente/organizzazione di determinare ogni singolo rapporto di impiego/collaborazione attraverso un bilanciamento delle regole che disciplinano i diritti e i doveri del soggetto volontario.

 

Per il trattamento economico si è gradualmente inserita una distinzione tra i volontari nazionali e quelli in servizio all’estero (vedi anche differenze tra art. 17 punto 3 e ss. del d. lgs. 117/2017 Codice Ts e d. lgs 40/2017 sul Servizio Civile Universale). Si ritiene che il soggetto operante nel Paese di appartenenza non debba essere destinatario di rimborso per il lavoro svolto. Mentre per i volontari impiegati in SCU all’estero sono sempre indennizzate le spese di viaggio funzionali all’attività così come è garantito un sussidio economico oltre alla garanzia degli oneri assicurativi. Ormai frequentemente ai soggetti operanti con spirito di volontarietà vengono offerti mezzi economici ed incentivi per intervenire direttamente in programmi strutturati.

 

In conclusione, bisogna evidenziare come il volontario da soggetto privato indistinto stia diventando soggetto giuridicamente riconosciuto e responsabilmente tracciato, che dovrà essere inserito in appositi registri di appartenenza (vedi art. 46 del CTs). È chiaro come non ci sia più una così netta distinzione categorizzante del volontario in base al tempo impiegato, ma accade che questa operi perlopiù sulla base dell’attività svolta e del profilo professionale di appartenenza.

 

Giovanni Giudetti

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