21 settembre 2026 in Stabilità

Avv. L. Pilon | Enti religiosi civilmente riconosciuti e rami Terzo Settore. Che competenza specialistica da parte di professionisti e consulenti?

di
Lorenzo Pilon
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Un approfondimento dell’Avv. Lorenzo Pilon sul valore di una consulenza che, oltre alla conoscenza della normativa del Terzo Settore, sappia cogliere la specificità, la missione e le finalità proprie degli enti ecclesiastici, accompagnandoli con sensibilità, competenza interdisciplinare e capacità di discernimento nelle scelte strategiche.

Considerata la necessità per gli ecclesiastici di usufruire delle prestazioni di assistenza e consulenza di professionisti e collaboratori esterni per accompagnare il loro ingresso nel Terzo Settore, ci si chiede se sia opportuno pretendere da questi un bagaglio professionale ulteriore rispetto alla conoscenza della disciplina del Terzo Settore.

 

1. Inquadramento del tema.

Con la piena vigenza delle disposizioni del Codice del Terzo Settore (CTS), i tempi sono ormai maturi perché molti enti ecclesiastici scelgano se e con quale modalità (costituendo un ramo Terzo Settore o un ramo impresa sociale, oppure attraverso enti di diritto comune) portare tutte o parte delle loro attività diverse da quelle di religione e culto nel perimetro del Terzo Settore.

Al riguardo, la Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato delle indicazioni operative con le quali ha, tra l’altro, ricordato come “il modo proprio” con cui gli enti ecclesiastici possono aderire al sistema normativo ed economico sociale del Terzo Settore è quello della costituzione di un ramo apposito; ha invitato gli enti a effettuare un “serio bilanciamento tra i benefici che si trarrebbero assoggettando una data attività alla normativa del Terzo Settore e i relativi costi, specie quelli di gestione” e ha sottolineato come sia “necessario affidarsi a professionisti che conoscano la disciplina del Terzo Settore”.

Proviamo a declinare cosa si può intendere per professionisti che conoscano la disciplina del Terzo Settore, aggiungendovi però che è presupposta e necessaria anche la conoscenza della natura dell’Ente Ecclesiastico e della sua missione. La Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica nel proprio documento “Economia a servizio del carisma e della missione. Orientamenti” del 2018, seppure non con specifico riferimento all’ambito del Terzo Settore, ha fissato un ulteriore elemento di qualificazione del professionista. Infatti, allorchè evidenzia come “La crescente complessità delle situazioni economico-amministrative rende spesso indispensabile il ricorso alla collaborazione con professionisti esterni. Nella scelta si privilegino persone consapevoli della peculiarità degli Istituti ed esperti nello specifico ambito di intervento, evitando il ricorso indifferenziato ad un solo professionista”, individua in modo più preciso i criteri di valutazione dell’auspicata specializzazione nella piena consapevolezza della ‘peculiarità’ degli enti e nella disponibilità al confronto interdisciplinare (insito nell’invito ad evitare di ricorrere a un solo professionista). Ciò non è né scontato né banale avuto riguardo alla previsione dell’art. 4, comma, 3 del CTS, laddove nel trattare dei requisiti posti ad un ente ecclesiastico per costituire un ramo di attività, dispone che l’apposito regolamento debba recepire le norme del CTS medesimo ma “in ogni caso nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti”. Se, pertanto, è indubbio che il professionista incaricato debba conoscere la disciplina del Terzo Settore, è pregiudiziale che egli abbia anche una concreta competenza (e una adeguata sensibilità, ci sembra di poter aggiungere) sulla “struttura e finalità di tali enti”. Non sembra, quindi, fuori luogo in questo ambito (l’adesione al Terzo Settore) e in questo momento (in cui molti enti sono impegnati nelle relative decisioni) porsi i seguenti interrogativi: si può e si deve pretende una apposita specializzazione professionale dai consulenti? E se sì, in quale ambiti? E nel caso, come accertarla, come costruirla e coltivarla?

 

2. Quale competenza professionale: sensibilità, contenuti, metodo.

Partendo dalle recenti indicazioni operative della CEI, è scontato che il professionista cui l’ente intende affidarsi “conosca la disciplina del Terzo Settore”. Ma, proprio perché scontato, ci sembra che in tale indicazione debba ricercarsi un contenuto più profondo e più ampio: cioè emerge dalla correlazione necessaria con le altre due affermazioni e, cioè, che per l’ente ecclesiastico il ‘modo proprio’ di entrare nel Terzo Settore è quello della costituzione di un apposito ramo di attività e che la decisione deve avvenire a valle di una attenta valutazione dei benefici e dei correlativi costi, soprattutto gestionali, che l’assoggettamento alla disciplina particolare importa.

Questo sta a significare, innanzitutto che il prezioso contributo di competenze e conoscenze di professionisti esperti, non può mai sostituirsi alla consapevole e responsabile decisione degli organi dell’ente, ma interviene nella fase istruttoria (del discernimento) che quella decisione precede e sostiene. Quella fase, cioè, nella quale va indagato

(i) se sia opportuno entrare nel Terzo Settore

(ii) sulla base di quale progetto

(iii) per quali attività

(iv) con quali modalità

(v) con quale regolamentazione.

 

Ma in cosa consiste partecipare alla fondamentale e delicata fase del discernimento? Al punto 24 del già citato documento “Economia a servizio del carisma e della missione. Orientamenti” è rinvenibile una definizione dell’azione del discernere: “I carismi permettono di vedere capacità laddove gli altri scorgono solo inadeguatezza. Il discernimento tiene in esercizio questa capacità di conoscere l’ampiezza del campo di Dio, evita che le piccole cose – lo stretto giardino di cui parla Papa Francesco – diventino assolute, e le grandi finiscano per diventare relative o addirittura inesistenti”. Lo stesso documento, ai punti da 45 a 49, prosegue richiamando i quattro principi alla base di una ‘gestione ispirata ai carismi’ cui anche nel discernere l’ingresso nel Terzo Settore, gli enti debbono attenersi:

1) il tempo è superiore allo spazio

2) la realtà è più importante dell’idea

3) il tutto è superiore alla parte

4) l’unità prevale sul conflitto, sulla diversità.

 

Ci sembra, quindi, consequenziale che i professionisti chiamati a fornire il proprio contributo ad un’azione di discernimento così orientata, debbano possedere:

a) una speciale sensibilità: le abilità e le conoscenze del giurista, del fiscalista, del contabile, dell’esperto in organizzazione vanno coniugate con la giusta sensibilità nel considerare natura, finalità, assetto organizzativo, storia, situazione e prospettiva operativa specifiche dell’ente ecclesiastico cui si presta assistenza. Per meglio comprendere in cosa consista una tale sensibilità ci si può riferire, a titolo di esempio, al vincolo della sostenibilità economica che in via generale dovrebbe essere sempre considerato dal professionista nell’adempimento della sua prestazione. Ebbene, nel caso dell’ente ecclesiastico tale vincolo va considerato in un accezione particolare , come ha precisato in modo inequivoco Papa Francesco: “Essere fedeli al carisma richiede spesso un atto di coraggio: non si tratta di vendere tutto o di dismettere le opere ma di fare un serio discernimento […] il discernimento potrà suggerire di mantenere in vita un’opera che produce perdite ma stando bene attenti che queste non siano generate da incapacità o imperizia” (in Economia al servizio del carisma e della missione, n. 34);

b) una speciale conoscenza: se il ‘modo proprio’ dell’ente ecclesiastico per accedere al Terzo Settore è quello della costituzione di un ramo, i professionisti chiamati a contribuire all’azione di discernimento dovranno avere non solo una specialistica conoscenza della normativa del Terzo Settore, ma anche di quella canonica universale e particolare cui è soggetto l’ente, atteso che il recepimento delle norme sul Terzo Settore deve avvenire “nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti” (art. 4 co. 3, CTS);

c) una speciale capacità di relazione inter-personale e inter-disciplinare: Per poter effettuare il giusto bilanciamento tra i benefici e i relativi costi dell’assoggettamento alla disciplina del Terzo Settore “è necessario adottare un metodo che consideri ogni aspetto e tutte le interrelazioni possibili tenendo quindi unitariamente conto della dimensione carismatica, relazionale ed economica sia di ciascuna opera sia dell’insieme dell’Istituto” (Economia al servizio del carisma e della missione, n. 34).

E’, pertanto, necessario che i professionisti coinvolti abbiano disponibilità e pazienza per relazionarsi tra loro e con i rappresentanti dell’ente per capirne storia, caratteristiche e struttura organizzativa e prassi applicate, affinché il proprio specifico contributo professionale possa essere valutato nella sua efficacia e possa essere considerato in stretta interdipendenza con i contributi professionali propri degli ambiti professionali di competenza espressi dagli altri consulenti coinvolti. In altre parole, chi è chiamato a partecipare come consulente all’azione del discernere:

- se il tempo è superiore allo spazio, non può non possedere anche capacità di visione;

- se la realtà è più importante dell’idea, non può non possedere una adeguata autorevolezza personale e professionale nel fornire il proprio contributo tecnico;

- se il tutto è superiore alla parte, non può non avere capacità di ascolto e di lettura complessiva del contesto ecclesiale in cui l’ente è collocato;

- se l’unità prevale sul conflitto, sulla diversità non può non possedere la capacità di confronto interpersonale e interdisciplinare che solo consente di arrivare alla giusta sintesi.

 

3. Come procedere.

Per il riscontro di una tale competenza professionale, pertanto, non è certo sufficiente la sola abilitazione professionale o l’iscrizione ad un albo. Dovranno, allora, essere individuati percorsi e strumenti atti a far emergere, coltivare e, alla fine, certificare tali speciali competenze e abilità. È recentemente molto cresciuta l’offerta di masters e percorsi di formazione specialistica post lauream da parte di università ed istituti di formazione anche in tema di amministrazione di enti ecclesiastici e religiosi, e ciò è un elemento positivo.

A nostro parere, tuttavia, è necessario che l’acquisizione di un bagaglio teorico di competenze possa accompagnarsi a occasioni per la messa a punto della giusta sensibilità e per esercitarsi nella pratica relazionale e interdisciplinare. Ci sembra, cioè, che sarebbe utile pensare ed organizzare: - momenti di approfondimento seminariale e laboratoriale su casi concreti di adeguamento alla normativa sul Terzo Settore che possano essere anche occasione per “incontrare” i vari professionisti; “farli incontrare tra loro”; sperimentare metodologie di lavoro di gruppo e di valorizzazione sinergica dell’apporto di ciascuno; - un luogo di incontro, di formazione e autoformazione continua tra i professionisti a vario titolo coinvolti nella consulenza agli enti ecclesiastici nel quale condividere dubbi, ipotesi operative e approfondimenti e nel quale, così, patrimonializzare le buone prassi variamente sperimentate; - delle idonee modalità di divulgazione di quanto elaborato; - un sistema di validazione delle soluzioni tecniche individuate e di certificazione delle qualità professionali di ciascuno.

 

4. Una buona prassi da valutare e da implementare.

Tutto questo lo sta già sperimentando un qualificato gruppo di professionisti da tempo impegnati nella consulenza agli enti - canonici e non - impegnati nella gestione delle opere ecclesiali (canonisti, avvocati, commercialisti, economisti, aziendalisti, notai) e loro colleghi con esperienze e specializzazioni più settoriali (controllori, revisori contabili, esperti in crisi d’impresa, analisti finanziari, formatori, sociologi, esperti della gestione di risorse umane). Si tratta di un modello che potrebbe essere implementato a vari livelli (per.es. tecnologico – disciplinare – metodologico). L’esperienza è valutata positivamente ai da tutte le persone coinvolte che, in quanto provenienti da territori anche molto diversi tra loro (dal nord al sud, con prassi applicative della normativa vigente da parte degli organismi preposti anche diverse tra loro) e in quanto impegnati a favore di Enti diversi per missione, dimensione e tipologia, dal dialogo con gli altri colleghi trovano conforto non solo rispetto alle soluzioni tecniche individuate ma anche e soprattutto nel metodo di approccio e di gestione di questo particolare rapporto di consulenza professionale.

Simili esperienze, che possono e devono essere ampliate e opportunamente collegate a quella di Fondazione Cattolica con la sua Academy, rappresentano un modo di stare in campo diverso, utile per gli Enti e per i propri professionisti.

 

5. Conclusione.

In conclusione, per una efficace modalità di valorizzazione dell’apporto dei consulenti professionali, ci sembra che non ci sia molto da inventare, ma che sia sufficiente:

a) da parte dell’organizzazione ecclesiastica in senso lato, sapersi guardare intorno per cogliere ciò che di positivo e utile a orientare la scelta dei consulenti già esiste;

b) da parte dei professionisti che hanno coscienza del servizio alla Chiesa loro richiesto e che l’accettano, di essere disponibili a condividere senza presunzione le proprie abilità e conoscenze, a volte anche mettendo in discussione certezze tecniche valide per forme organizzative diverse non sempre fruibili dall’ente ecclesiastico.

Rapporto Terzo Settore 2024