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Persone migranti e Terzo settore: rivalutazione degli schemi di gestione per gli Enti coinvolti

A quasi cinque mesi dall’entrata in vigore del Decreto Sicurezza Salvini, convertito con modificazioni dalla Legge del 1 dicembre 2018, n. 132 (in G.U. 03/12/2018, n. 281), è forte e multidimensionale il dibattito generato da tale provvedimento e che ricade su gruppi differenti di soggetti coinvolti.

 

Di frequente le comunicazioni e i report offerti dai media non agevolano la comprensione del fenomeno alterando così la portata delle definizioni e delle responsabilità nella gestione degli elementi di confronto e collaborazione tra le istituzioni nazionali e gli enti del Terzo settore.

 

Brevemente occorre sottolineare come il decreto in questione, oltre a disciplinare altre situazioni riguardanti la sicurezza e l’ordine pubblico nazionale, ha come nucleo principale la modifica e la rimodulazione del cd. “Testo Unico sull’Immigrazione” (D. Lgs 286/1998).

 

Le novità del testo di legge riguardano perlopiù:

 

la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari: (art.1) in passato aveva la durata di 2 anni e permetteva al soggetto migrante di accedere al mercato del lavoro, al servizio sanitario nazionale, nonché a tutte le forme di assistenza sociale e di recepimento degli immobili di edilizia sociale. Con le recenti modifiche vengono, invece, introdotti permessi per la cd. “Protezione Speciale” (durata 1 anno), “per calamità naturale nel Paese di origine” (durata 6 mesi), “per gravi condizioni di salute” (durata 1 anno), “per atti di particolare valore civile” e “per casi speciali” (vittime di grave violenza o sfruttamento del lavoro, caporalato, vittimi di tratta). Tuttavia lo scorso 19 febbraio una pronuncia della Corte di Cassazione stabilisce che il Decreto Salvini non potrà avere efficacia retroattiva sulle richieste di salvaguardia in esame, pertanto, le nuove norme sulla protezione umanitaria non possono essere applicate alle domande che sono state presentate prima del 5 ottobre (data di approvazione del Decreto) così come stabilito dalla Corte.

 

Centri di permanenza: la durata massima del trattenimento degli stranieri nelle strutture di permanenza per il rimpatrio viene allungata da 90 a 180 giorni, periodo utile all’identificazione e al controllo del migrante.

 

Potenziamento del Fondo rimpatri: con l’assegnazione per programmi di rimpatrio volontario assistito (ndr da istituzioni e enti del Terzo settore) di 500 mila euro per il 2018, 1 milione e mezzo per il 2019, 1 milione e mezzo per il 2020.

 

Celerità nell’esame delle domande: il questore dà diretta comunicazione alla Commissione territoriale o all’ente di gestione competente di appartenenza del migrante accolto.

 

Rimodulazione degli SPRAR: con l’art.12 al Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (gestito con gli enti locali e territoriali) avranno accesso solo i titolari di protezione internazionale e i minori stranieri non accompagnati. Affinché vengano snellite le procedure di registrazione e gestione dei migranti, sono costituite nuove Commissioni territoriali per l’esame delle domande, molte delle quali sono chiamate ad interfacciarsi direttamente con le realtà del Terzo settore che si occupano del fenomeno.

 

Questi sono soltanto alcuni dei punti di cambiamento sanciti dal Decreto sicurezza e che generano una eco non di poco conto sui no profit stakeholders, sugli istituti e gli enti religiosi di accoglienza e su quelli di Terzo settore investiti di tali attività di interesse generale ex art. 5 lettere n), q), r), w) del Codice del Terzo settore (D.lgs.117/2017).

 

A tal proposito il network che viene a generarsi tra istituzioni e organizzazioni racchiude al suo interno una vastità di figure e di processi dal contenuto sociale e giuridico che sono assimilati da tutti i nuovi enti del Terzo settore.

 

Attraverso il Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’asilo, su base territoriale, gli enti locali con il prezioso supporto delle realtà del Terzo settore, garantiscono interventi di cd. accoglienza integrata che oltrepassano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo accessorio anche misure di informazione, accompagnamento, orientamento, con percorsi individuali di inserimento.

 

Occorre sottolineare anche:

 

– il carattere pubblico e di pura liberalità delle risorse messe a disposizione e degli enti responsabili dell’accoglienza, Ministero dell’Interno ed enti locali e di Terzo settore, secondo una logica di governance multilivello;

 

– la condizione di volontarietà degli enti nella partecipazione alla rete dei progetti di accoglienza;

 

– il decentramento e lo sviluppo degli interventi di “accoglienza integrata” attraverso i nuovi legami e rapporti di scambio di buone prassi e servizi avviati sul territorio con i cd. “enti gestori” (soggetti del Terzo settore che concorrono in maniera sostanziale alla realizzazione degli interventi);

 

– la promozione e lo sviluppo di reti di partenariato, con il coinvolgimento di tutti gli attori e gli interlocutori per l’implementazione delle misure di accoglienza, protezione, integrazione in favore di tutte le persone migranti.

 

Alla luce di quanto sopra emerso e dalle informazioni prodotte dalle agenzie internazionali e nazionali (IOM, UNHCR e Istat) i fattori in divenire correlati al fenomeno della mobilità umana, soprattutto per quel che riguarda i programmi di gestione dell’accoglienza e dell’integrazione lavorativa, sono in rapida ascesa.

 

Questi punti di criticità (nel management degli enti coinvolti e degli apparati burocratici) necessitano di soluzioni previdenziali e giuridico-economiche riservate ad hoc per il soggetto e per le attività realizzate in linea con la regolamentazione concernente la protezione di tutte le categorie dei diritti umani e dei soggetti vulnerabili.

 

Giovanni Giudetti

Un manifesto europeo per la filantropia

Le elezioni europee si avvicinano e molti soggetti si stanno mobilitando per interloquire con le diverse forze politiche e sollecitarne l’attenzione. Tra questi sono scesi in campo anche le fondazioni e gli enti filantropici.
La filantropia istituzionale in Europa conta più di 148.000 fra enti donatori e fondazioni, con stanziamenti annuali superiori ai 50 miliardi di euro e un patrimonio complessivo superiore ai 400 miliardi di euro. Oltre a erogazioni e investimenti, queste organizzazioni dispongono di un considerevole bagaglio di esperienze, competenze approfondite e una rete eccellente di soggetti attivi in diversi campi.

 

La filantropia ha però bisogno di politiche e di un sistema di norme che le permetta di esprimere tutto il suo potenziale. Mentre oggi la regolamentazione e l’attuale clima politico rendono sempre più difficili le attività – al punto che gli attori filantropici non usufruiscono ancora a pieno della libertà del mercato unico dell’Unione Europea in termini di riconoscimento di personalità giuridica, trasferimenti di sede, fusioni transfrontaliere, libera circolazione di fondi per scopi caritatevoli e trattamento fiscale non discriminatorio –
DAFNE e EFC, le due organizzazioni che a livello europeo riuniscono il mondo degli enti filantropici, si sono mobilitate ed hanno lanciato una campagna alla quale hanno immediatamente dato una convinta e totale adesione ACRI e ASSIFERO, le due associazioni italiane di rappresentanza.

 

Il “Manifesto della Filantropia – Per un Europa migliore” è un invito ai politici in Europa a lavorare per un mercato unico della filantropia che includa un suo maggiore riconoscimento nell’attività legislativa dell’Ue e dei vari Stati membri, supporti la cooperazione fra organizzazioni filantropiche in tutta Europa, diminuisca le barriere presenti e sappia potenziare l’impatto delle risorse stanziate da enti donatori e fondazioni per il bene pubblico.

 

Il Manifesto si articola in quattro raccomandazioni chiave:

 

1. Riconoscere la filantropia istituzionale e coinvolgerla nelle decisioni
La filantropia e la sua importanza devono essere meglio riconosciute nei trattati europei e dai decisori politici per permettere ai soggetti che la attuano di esprimerne tutto il potenziale per le nostre società democratiche. La politica dovrebbe attivarsi per proteggere il settore e promuoverne l’importante ruolo, nonché considerarla una risorsa da consultare e con la quale confrontarsi nell’attività legislativa.

 

2. Facilitare la filantropia transfrontaliera
Le leggi nazionali e le politiche a livello europeo dovrebbero facilitare la filantropia transfrontaliera e, in linea con i diritti fondamentali dell’Unione Europea, permettere il mutuo riconoscimento della personalità giuridica, consentire fusioni transfrontaliere e lo spostamento di sede. I politici dovrebbero impegnarsi per lo sviluppo di un quadro legale sovranazionale per la filantropia organizzata.

 

3. Semplificare la legislazione per potenziare l’efficacia delle risorse stanziate
La filantropia a livello europeo potrebbe essere più efficace se godesse di un generale e migliore ambiente in cui operare e migliori meccanismi di protezione. Le leggi nazionali e le politiche a livello europeo dovrebbero facilitare la filantropia ed essere in linea con i diritti fondamentali ed i valori dell’Ue e il Trattato delle Libertà. Il settore della filantropia deve continuare ad avere accesso ai servizi finanziari e a transazioni transfrontaliere sicure per svolgere il proprio lavoro. Ed è necessario un accordo più giusto sull’IVA per le organizzazioni filantropiche.

 

4. Prevedere risorse e strumenti finanziari dedicati per promuovere e sostenere l’attività delle istituzioni filantropiche
L’Ue potrebbe influenzare l’impatto delle risorse private stanziate per la pubblica utilità introducendo strumenti finanziari che agiscano come catalizzatore per co-finanziamenti con la filantropia, stimolando le istituzioni filantropiche a investire congiuntamente nel settore e riducendo i rischi connessi ai Mission Related Investments.
Nel prossimo budget per il 2021/27, l’Ue deve assicurare che siano disponibili delle risorse per le organizzazioni di società civile per sviluppare progetti di medio-lungo periodo orientati a promuovere i diritti fondamentali, lo stato di diritto e la democrazia.

 

Felice Scalvini

Enti religiosi civilmente riconosciuti ed obbligo di adeguamento statutario

In questa fase di attuazione del Codice del Terzo settore l’attenzione degli enti è soprattutto concentrata nell’opera di interpretazione ed applicazione corretta delle norme transitorie e di attuazione di cui all’art. 101.
Ciò con particolare riguardo al comma 2 di detta disposizione che, in tema di adeguamenti statutari, testualmente dispone: «2. Fino all’operatività del Registro unico nazionale del Terzo settore, continuano ad applicarsi le norme previgenti ai fini e per gli effetti derivanti dall’iscrizione degli enti nei Registri Onlus, Organizzazioni di Volontariato, Associazioni di promozione sociale che si adeguano alle disposizioni inderogabili del presente decreto entro ventiquattro mesi dalla data della sua entrata in vigore».

 

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nell’intento di facilitare la non facile interpretazione di tale norma, è intervenuto con due successive Circolari Direttoriali, la n. 34 del 29.12.2017 e la n. 38 del 27.12.2018, alle quali gli enti dovranno fare riferimento nell’attività di adeguamento statutario loro richiesta.
In particolare, nella Circolare n. 38/2018, al fine di meglio inquadrare le istruzioni operative sviluppate nel testo, viene premesso che «Con riguardo specifico alle ONLUS, l’Agenzia delle Entrate nel corso dell’appuntamento con il “Telefisco” del febbraio 2018 ha chiarito che la disciplina delle ONLUS rimarrà in vigore sino a quando non troveranno applicazione le nuove disposizioni fiscali recate dal Titolo X del Codice del Terzo settore, in coerenza con l’interpretazione autentica data dall’art. 104, commi 1 e 2 del codice medesimo ad opera dell’art. 5-sexies del D.L. n. 148/2017, in base al quale le disposizioni di carattere fiscale vigenti prima della data di entrata in vigore del medesimo codice continuano a trovare applicazione, senza soluzioni di continuità, fino a quando non saranno applicabili le nuove disposizioni fiscali previste dal Codice (e comunque non prima del periodo d’imposta successivo a quello di operatività del Registro unico).
Conseguentemente, l’Agenzia ha precisato che le ONLUS sono tenute ad apportare al proprio statuto, entro il termine previsto dall’art. 101, comma 2 del Codice, gli adeguamenti necessari subordinandone l’efficacia alla decorrenza del termine di cui all’art. 104, comma 2 del Codice stesso».

 

Sul piano pratico, la situazione alla quale gli enti devono fare riferimento può essere così sinteticamente riassunta:
a) buona parte della nuova disciplina contenuta nel CTS sarà applicabile solo dopo l’operatività effettiva del Registro unico nazionale del Terzo settore;
b) sino a tale momento, agli enti che siano iscritti nei Registri già esistenti rispettivamente delle ONLUS, delle ODV e delle APS continua ad applicarsi la disciplina previgente;
c) con particolare riferimento agli enti iscritti nel Registro delle ONLUS, inoltre, la disciplina fiscale applicabile sarà quella previgente sino al momento di entrata in vigore dei nuovi regimi introdotti dal Codice del Terzo settore;
d) il tutto, comunque, a condizione che tali enti adeguino i propri statuti in conformità del Codice del Terzo settore entro il termine di 24 mesi dalla data di sua entrata in vigore (vale a dire entro il 3 agosto 2019).

 

Incrociando la disciplina transitoria con lo speciale trattamento riservato agli enti religiosi che per talune loro attività abbiano assunto la qualifica di ONLUS, nel silenzio delle circolari citate, vengono in evidenza alcuni problemi applicativi.
Va, infatti, ricordato come, già il D. Lgs. n. 460/1997 all’art. 10, co. 9, prevedeva che tali enti assumessero la qualifica di ONLUS limitatamente all’esercizio delle attività specificamente elencate in tale norma ed a condizione che per tali attività fossero tenute separatamente le scritture contabili specificamente prescritte.
Con impostazione simile, anche l’art. 4, co. 3, del Codice del Terzo settore consente all’ente religioso civilmente riconosciuto di entrare nel perimetro del Terzo settore limitatamente alle attività di interesse generale esercitate, ma «a condizione che per tali attività adottino un regolamento, in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata, che, ove non diversamente previsto ed in ogni caso nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, recepisca le norme del presente Codice e sia depositato nel Registro unico nazionale del Terzo settore. Per lo svolgimento di tali attività deve essere costituito un patrimonio destinato e devono essere tenute separatamente le scritture contabili di cui all’articolo 13».
La diversa e maggiore articolazione degli obblighi ora prescritti pone, pertanto, i seguenti quesiti interpretativi rispetto a ciascuno dei quali a parere di chi scrive si possono ipotizzare le soluzioni applicative esposte.

 

1. Vale anche per gli enti religiosi civilmente riconosciuti che siano iscritti al Registro delle ONLUS il termine dei 24 mesi per l’adeguamento degli statuti?
La formulazione contenuta all’art. 101, co.2 non consente in alcun modo di escludere gli enti religiosi civilmente riconosciuti dall’onere di adeguamento il proprio specifico ordinamento interno alla nuova disciplina introdotta dal Codice al fine di poter conservare:
a) l’applicabilità del regime giuridico generale delle ONLUS sino al momento di operatività del Registro unico;
b) l’applicabilità del regime fiscale delle ONLUS sino al momento di entrata in vigore delle norme di cui al Titolo X del Codice.
Entro i 24 mesi fissati dalla norma, pertanto, anche gli enti religiosi che esercitino attività con la qualifica di ONLUS dovranno porre in essere la richiesta attività di adeguamento delle regole interne.

 

2. Per tali enti l’obbligo di adeguamento che cosa avrà ad oggetto?
Poiché, tuttavia, l’art. 4, co. 3, del CTS prescrive che tali enti siano obbligati al recepimento delle norme del Codice «limitatamente allo svolgimento delle attività di cui all’art. 5» e «in ogni caso nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti», quale atto dovrà essere adeguato?
Certamente non lo statuto, atteso che per tali enti esso può anche non esistere ed, ove esistente, esso è espressione della speciale autonomia ordinamentale.
L’obbligo di adeguamento per tali enti non potrà, pertanto, che tradursi nell’adozione entro il termine di 24 mesi del regolamento per essi prescritto dall’art. 4, co. 3, precitato.
Seguendo, poi, le indicazioni contenute nella Circolare Direttoriale n. 38/2018 andranno precisati i termini di successione delle norme nel tempo tra vecchio e nuovo regime in relazione all’inizio di operatività del Registro unico.
Corollario di ciò sarà anche l’obbligo di costituzione del patrimonio destinato poiché l’esistenza dello stesso, così come l’obbligo di tenuta separata delle scritture contabile, costituisce condizione concorrente perché un ente religioso civilmente riconosciuto possa legittimamente costituire il ramo ETS.

 

3. Quale forma deve avere l’atto di adeguamento?
Poiché come detto l’atto di adeguamento per tali enti altro non è che l’adozione, sia pure ad efficacia differita, del regolamento prescritto dall’art. 4, co. 3, CTS esso non potrà che avere forma di atto pubblico o di scrittura privata autenticata espressamente prescritta in tale norma.

 

4. Quale forma di pubblicità deve adottarsi?
In applicazione della disciplina transitoria generale, il Regolamento dovrà essere depositato presso il Registro delle Persone Giuridiche e all’anagrafe delle ONLUS. Ove, poi, il patrimonio destinato contestualmente costituito comprenda anche dei beni immobili o diritti reali su di essi, esso dovrà essere altresì trascritto alla competente Conservatoria dei Registri Immobiliari.

 

Lorenzo Pilon

Il carro di Platone: riflessioni sulla legge “spazzacorrotti”

Una vicenda non di poco conto sta animando in questi giorni il mondo del Terzo settore. Si tratta di quella relativa al nuovo articolo 5, comma 4 della cd. “legge spazzacorrotti”, che estende enormemente l’equiparazione tra enti privati e partiti politici per quanto riguarda gli obblighi di trasparenza finalizzati alla prevenzione dei fenomeni corruttivi. Non entrerò in questa nota nell’esame dettagliato della norma, rinviando al puntuale ed esauriente articolo di Antonio Fici, in questi giorni comparso su Vita.

 

Mi voglio piuttosto soffermare su alcune questioni che fanno da sfondo al provvedimento legislativo e sulle quali credo sia opportuno interrogarsi e interrogare, affinché, speriamo, sia possibile trovare motivazioni, risposte e magari ripensamenti. Una prima serie di domande: da dove viene tanta preoccupazione nei confronti degli enti del Terzo settore?
E ancora: perché aggiungere ulteriori obblighi di comunicazione e trasparenza, quando è in corso l’attuazione del Codice del Terzo settore che della trasparenza ha fatto uno dei pilasti del nuovo assetto normativo, introducendo il Registro Unico quale piattaforma unificante e strutturata per la raccolta e la redistribuzione delle informazioni?
Certo il Registro è un po’ in ritardo, ma non certo per opposizione o anche solo inerzia da parte degli enti, che anzi lo aspettano ansiosi per poter finalmente acquisire uno status certo e definitivo. Ed in ogni caso sembra che entro l’autunno prossimo, superata la fase di messa a punto tecnica, possa andare in porto. Si tratta dunque di una manciata di mesi: veramente pochi in un Paese abituato a ben altri ritardi.

 

Col Registro Unico, tutti gli ETs risulteranno censiti e dunque identificabili e saranno tenuti, con le specificità legate alle caratteristiche tipologiche e dimensionali di ciascuno, a rendere pubbliche le informazioni relative agli assetti di governance e di funzionamento economico. Ovviamente con l’aggiunta dalle specifiche comunicazioni relative ai finanziamenti pubblici, secondo quanto previsto dalla legge 124/2017.
Difficile dunque capire appieno la ratio che presiede tale approccio: sembra ben poco plausibile che il Terzo settore possa apparire uno spazio generalizzato di collusione e corruzione, da curare con terapie intensive a base di decine e decine di adempimenti.
Appare altrettanto azzardato pensare che lo svolgere attività politica e amministrativa possa in qualche modo aprire la strada a un degrado etico di centinaia di migliaia di persone, trasformandole da attori virtuosi a soggetti passibili di “sorveglianza speciale” ben oltre l’esaurirsi del loro incarico, con una sorta di presunzione di colpevolezza nei confronti di persone che svolgono attività nell’interesse generale.

 

Si profila dunque uno scenario di difficile lettura, tanto più se si considera che gli adempimenti previsti non riguardano le società commerciali, e che il governo sta per varare un provvedimento di sospensione del Codice degli appalti, misura destinata a svincolare da obblighi anticorruzione le imprese private lucrative che entreranno in rapporto economico con le PA.
Questo potenziale “doppio binario” divergente per gli ETs e le società commerciali lascia perplessi: mentre per i primi si intensificano gli adempimenti, i secondi vedono un allentamento delle regole di trasparenza, con una vaga motivazione della necessità di un rapido rilancio dell’economia. Per inciso tutti i dati, ancora recentemente prodotti (si vedano in questo sito le precedenti note di Giovanni Giudetti, sulla dimensione economica del Terzo settore e il mio testo, relativo al rapporto Euricse sulla cooperazione) confermano che il Terzo settore rappresenta, ormai da vari anni, l’ambito più dinamico dello sviluppo economico del Paese.

 

Difficile quindi non sollevare alcuni interrogativi. Esiste una volontà di ampliare – come presuppone l’attuazione del Codice – o limitare gli spazi per il Terzo settore, come la normativa “spazzacorrotti” può indurre a credere? Si tratta di riflettere con attenzione sul tenore di queste iniziative legislative, che al momento non sembrano rispondere ad un disegno coerente e complessivo da parte del legislatore.
Se mi è permessa una citazione, l’attuale atteggiamento del legislatore mi ricorda la celebre immagine platonica del carro alato, in cui un cavallo si dirige verso l’alto e l’altro tende a puntare in direzione contraria: l’augurio è che l’auriga della coerenza legislativa sappia riportare il carro al necessario equilibrio.
Fuor di metafora, sono dell’opinione che il mondo del Terzo settore e coloro che quotidianamente, grazie all’impegno delle migliaia di organizzazioni che lo compongono, trovano sostegno e vicinanza, meritino una risposta chiara a tutti questi interrogativi.

 

Felice Scalvini

Nuove opportunità per le associazioni sportive dilettantistiche

Il rapporto tra associazioni sportive dilettantistiche (ASD) e nuovo diritto del Terzo settore appare alquanto controverso nei commenti e nelle opinioni attualmente circolanti sul tema. Vi sono invece, a nostro avviso, degli aspetti già molto chiari che possono tradursi in concrete opportunità per le ASD. Detto altrimenti, il nostro giudizio è nel senso che le ASD farebbero bene ad interessarsi di più della riforma del Terzo settore, perché molte di loro potrebbero trarre da essa notevoli vantaggi e significative opportunità di sviluppo. In questa breve nota, attraverso un’analisi per punti, cercheremo di capire perché.

 

1) Cominciamo con l’illustrare il rapporto tra sport dilettantistico e Terzo settore dopo la “grande” riforma del 2017. Nel Codice del Terzo settore (d.lgs. 117/2017), tra gli elementi qualificanti di un ente del Terzo settore (ETS), figura lo svolgimento di una o più attività di interesse generale. Quali siano queste attività risulta da un elenco contenuto nell’articolo 5 del Codice. Ebbene, tra le attività di interesse generale vi è anche quella della “organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche” (lettera t) dell’articolo 5). Di conseguenza, un ente che abbia come oggetto sociale lo svolgimento di un’attività sportiva dilettantistica potrebbe qualificarsi come ETS iscrivendosi nel Registro unico nazionale del Terzo settore (RUNTS).

 

2) Le ASD sono associazioni sostanzialmente già in possesso, sulla base della loro specifica disciplina (art. 90, commi 17 e 18, l. 289/2002), degli elementi qualificanti un ente di Terzo settore. Infatti, per potersi iscrivere nel registro del CONI (previa “affiliazione” ad un organismo sportivo, cioè una federazione sportiva nazionale, una disciplina sportiva associata o un ente di promozione sportiva) e così ottenere il “riconoscimento a fini sportivi”, le ASD devono avere la forma giuridica di associazione con o senza personalità giuridica di diritto privato; devono avere come oggetto sociale l’organizzazione di attività sportive dilettantistiche, compresa l’attività didattica; devono essere prive di scopo di lucro ed avere un ordinamento interno ispirato ai principi di democrazia e di uguaglianza dei diritti di tutti gli associati, con la previsione dell’elettività delle cariche sociali; devono redigere rendiconti economico-finanziari.

 

3) Da quanto detto sopra risulta pertanto che una ASD iscritta nel registro del CONI farebbe davvero “poca fatica” a diventare ETS, dal momento che i suoi tratti distintivi per il riconoscimento a fini sportivi da parte del CONI sono, dal punto di vista dell’attività svolte, delle finalità perseguite e dell’ordinamento interno, già molto simili a quelli di un ETS.

 

4) La domanda che occorre porsi è allora la seguente: può una ASD diventare ente del Terzo settore senza perdere la sua natura di ASD iscritta al CONI?

 

La risposta è sicuramente affermativa. In linea di principio, infatti, una ASD può senz’altro, se lo desidera, diventare (anche) ente del Terzo settore, poiché, come evidenziato, l’organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche costituisce un’attività di interesse generale ai sensi e per gli effetti del Codice del Terzo settore. Diventare ente del Terzo settore non comporterebbe in nessun modo per la ASD perdere l’iscrizione nel registro del CONI e il riconoscimento a fini sportivi. Infatti tra le due qualifiche, quella di ASD e quella di ETS, v’è piena compatibilità, così come sussiste compatibilità tra l’iscrizione nel registro del CONI e il quello del Terzo settore (il RUNTS).

 

Una ASD, pertanto, potrebbe diventare ETS iscrivendosi nel RUNTS, e più in particolare, tra le varie tipologie di ente del Terzo settore, potrebbe diventare un’associazione di promozione sociale (APS). Quella di APS è infatti la qualifica del Terzo settore più coerente con le attività condotte da una APS, ma anche la più vantaggiosa soprattutto sul fronte fiscale (dove si applica un’ampia sfera di decommercializzazione dei corrispettivi specifici ed un regime forfettario particolarmente vantaggioso per le entrate commerciali inferiori a 130.000 € annui) e delle agevolazioni pubbliche (si pensi ai fondi ex art. 72 del Codice del Terzo settore che sono riservati ad ODV ed APS).

 

5) Se dunque è senz’altro in principio possibile, positivo e conveniente per una ASD iscritta nel registro del CONI diventare anche APS iscrivendosi nel RUNTS, vi sono ostacoli o impedimenti di fatto rispetto a questa potenziale scelta?

 

La risposta è nel senso che vi è un unico problema che nasce dall’impossibilità per una ASD iscritta nel RUNTS di continuare ad applicare i benefici fiscali di cui alla legge 16 dicembre 1991, n. 398. Se, pertanto, le ASD hanno entrate commerciali (anche per effetto di sponsorizzazioni) abbastanza elevate (cioè superiori a 130.000 € ma comunque inferiori a 400.000 €, che è il limite di applicazione del regime ex legge 398/1991), allora esse devono attentamente valutare se assumere anche la qualifica di APS. Ove così facessero, infatti, non potrebbero più applicare la legge 398/91 anche sotto il profilo dell’IVA. Ciò detto, tuttavia, non vi sarebbero altre conseguenze negative legate all’assunzione da parte di una ASD dell’ulteriore qualifica di APS. In particolare, rimane invariata ed applicabile anche alle ASD-APS la disciplina fiscale di cui all’art. 69, comma 2, TUIR (esenzione 10.000 €) e la deducibilità ex art. 74, comma 2, TUIR, delle sponsorizzazioni. In più, come già spiegato, le ASD-APS potrebbero usufruire dei rilevanti vantaggi che il nuovo diritto del Terzo settore riserva alle APS.

 

6) L’ultima domanda che ci poniamo, anche a titolo riassuntivo, è dunque la seguente: cosa deve fare una ASD interessata a diventare ETS?

 

Essa deve innanzitutto valutare se gli effetti negativi derivanti dall’impossibilità di applicare il regime fiscale di cui alla legge 398/1991 superino i numerosi effetti positivi derivanti dall’ingresso nel Terzo settore: ove così fosse, dovrebbe scegliere di non iscriversi nel RUNTS. Qualora, invece, gli effetti positivi dell’iscrizione al RUNTS superassero in concreto quelli negativi derivanti dall’impossibilità di applicare la 398/1991 (come è molto probabile che accada per le piccole ASD – che poi sono la stragrande maggioranza – che non hanno entrate commerciali o che hanno entrate commerciali molto limitate e comunque inferiori a 130.000 €), allora una ASD avrebbe ogni convenienza ad iscriversi nel RUNTS, entrando così nel Terzo settore.

 

Per entrare nel Terzo settore, una ASD dovrebbe innanzitutto adeguare il proprio statuto in modo da recepire le norme del Codice del Terzo settore. In secondo luogo, dovrebbe iscriversi al RUNTS anche tramite la propria rete associativa di appartenenza.

 

Antonio Fici

Organizzazione e gestione del Servizio Civile Universale: crescita e sviluppo del settore

A due anni dall’entrata in vigore del D. Lgs. n. 40 del 6 marzo 2017, che istituisce e disciplina il Servizio Civile Universale e rimodula quello nazionale, il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale (Presidenza del Consiglio dei Ministri) ha pubblicato la “Relazione sull’organizzazione, sulla gestione e sullo svolgimento del servizio civile nell’anno 2017”, predisposta per la presentazione al Parlamento, ai sensi dell’art. 20 della Legge 8 luglio 1998, n. 230.

 

Con l’introduzione di questa rinnovata fase di programmazione di programmi, finalizzati tra i tanti all’assistenzialismo, alla “protezione civile” e alla salvaguardia del patrimonio ambientale, si è tracciato un quadro del primo anno di applicazione del nuovo sistema organizzativo e gestionale del SCU su base nazionale.

 

Il documento presentato dal Dipartimento, attraverso tre sezioni di analisi, grafici e tabelle, illustra il panorama di attività svolte in linea con quelli che sono i contributi delle Regioni e degli enti locali a tale programma. Più nello specifico la prima sezione illustra le attività condotte e i risultati raggiunti in materia di accreditamento degli enti, di audit e progettazione e di rendicontazione dei soggetti impegnati nel servizio civile. La seconda riassume le procedure di programmazione delle Regioni e delle Province riportando i dati relativi al numero dei progetti presentati, ai criteri di valutazione, alle risorse finanziarie impiegate e al numero di volontari coinvolti, con un approfondimento sulle iniziative di promozione e sensibilizzazione. L’ultima, invece, illustra le attività realizzate dal Dipartimento in modo tale che venga assicurato il procedere della “macchina del servizio civile” attraverso la gestione delle risorse umane e finanziarie fino alla loro diretta pianificazione ed implementazione attraverso la comunicazione documentale dei passaggi realizzati.

 

Il nuovo sistema di Servizio Civile Universale, così come strutturato, è pienamente in linea con quelle che sono le indicazioni che ci vengono date da istituzioni “extra-nazionali” di categoria differente da quella di diritto interno (pensiamo alla possibilità di partecipazione ai bandi per i Corpi Europei di Solidarietà così come per il Volontariato Internazionale con programmi predisposti da ETs e associazioni).

 

I dati parlano chiaro e testimoniano la crescita dei soggetti e dei progetti coinvolti.

 

Con l’appena trascorsa annualità di programmazione, 6 sono stati i bandi pubblicati per la selezione di oltre 52.000 volontari da impegnare in più di 5.000 progetti e i 43.141 volontari avviati in servizio, di cui: 42.369 in Italia, e in particolare il 48,66% nelle regioni del Sud, isole comprese, e 26,34% e 25,00% rispettivamente nelle regioni del Nord e del Centro; 772 all’estero, e in particolare 285 volontari avviati in America del sud e America del centro (36,92%), 215 volontari in Africa (27,85%), 192 in Europa (24,87%), 76 in Asia (9,84%) e infine 4 volontari in Oceania (0,52%).

 

Tra i settori di intervento toccati dal SCU troviamo l’assistenza che assorbe il 55.30% dei volontari partecipanti, di seguito gli ambiti dell’educazione e della promozione culturale con il 27,15% e la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale con il 10,98% degli operatori coinvolti. Seguono l’Educazione e Promozione Culturale con il 27,15%, il Patrimonio Artistico Culturale con il 10,98% e i settori dell’Ambiente e della Protezione Civile che si attestano rispettivamente al 3,63% e 2,94%.

 

Per i programmi su un territorio estero troviamo il 45,21% dei giovani che viene inserito in progetti del settore Cooperazione allo sviluppo mentre il 17,23% nel quadro assistenzialistico e il 18,13% in quello educativo e culturale; la restante parte è stata impiegata invece per i processi di mediazione e cooperazione nelle zone di conflitto, a rischio conflitto o post conflitto, così come in quelle vittime di disastri ambientali e dove è necessario un sostegno diretto alla comunità in loco.

 

Facendo un passo indietro, e ricordando la normativa di riferimento, l’istituzione di un Albo nazionale per il Servizio Civile Universale ha come merito quello di aver semplificato le procedure con il taglio dei soggetti pubblici competenti alla tenuta degli albi. Inoltre in data 3 agosto 2017, il Dipartimento dando attuazione alla Circolare che disciplina le modalità di iscrizione degli Enti all’Albo unico di SCU recante “Norme e requisiti per l’iscrizione all’Albo degli Enti di Servizio civile universale” pone fondamenta utili a quella che è l’organizzazione e lo sviluppo di registri unici e di procedure di controllo che regolino al meglio l’operato dei singoli e degli enti appartenenti al Terzo settore.

 

Inoltre diventa interessante da una lettura dei dati come ci sia una diversa percezione delle indicazioni e degli ambiti di intervento di possibile attuazione a seconda delle aree regionali di provenienza e predisposizione dei singoli e degli enti nei progetti presentati.

 

Occorre altresì sottolineare come gli oneri assicurativi per i volontari in servizio civile per l’anno 2017 ammontino a 1.959.737,25 di euro (rispetto alla somma di euro 1.647.444,16 spesa nel 2016), in crescita rispetto al passato a testimonianza del fatto che maggiori sono i requisiti di copertura ai quali si va incontro e maggiore è la crescita di offerta di servizi riservati per tutti gli stakeholder coinvolti. Inoltre più nello specifico la spesa per la copertura assicurativa sanitaria del personale è stata di 10.380,00 euro.

 

I giovani in SCU non sono destinatari di alcuna copertura da parte dell’Inail e questa è la motivazione principale che incentiva gli utenti a rivolgersi al mercato privato per la copertura dei rischi.

 

La garanzia assicurativa di frequente contempera e copre i seguenti rischi: infortuni, malattia, responsabilità civile verso terzi e assistenza in favore dei volontari del servizio civile per i volontari in attività all’estero. Per i volontari impegnati in progetti in Italia la garanzia è circoscritta al rischio infortuni e alla responsabilità civile verso terzi.

 

È recente il protocollo di collaborazione in attività di formazione e informazione tra CSVnet – Centri di Servizi per il Volontariato in Italia e la CNESC – Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile. I due interlocutori esprimono la loro volontà di sviluppare e potenziare il SCU attraverso una programmazione triennale e una maggiore stabilità dei fondi messi a disposizione.

 

Un importante passo avanti per i due enti di rappresentanza che ogni anno predispongono quasi il 60% dei posti impiegati, numeri che possono giungere fino al 75% se vengono considerate tutte le altre realtà del Terzo settore (8mila sedi di appartenenza e attuazione su una copertura di circa 2300 comuni italiani).

 

Animati dal principio di sussidiarietà, e dalle previsioni normative racchiuse all’interno del Codice del Terzo settore, gli organismi legati al mondo del Servizio Civile sono chiamati ad essere veicolo di interesse sociale e culturale per la crescita e lo sviluppo dei giovani partecipanti alle attività di ciascun ente di appartenenza.

 

Il Servizio Civile Universale, pur non rientrando a pieno titolo fra le categorie di volontariato (così come previste dal Codice del Ts), consolida e garantisce la costruzione di adeguati strumenti di estensione della cultura e delle dinamiche organizzative del volontariato stesso coinvolgendo tutti i soggetti appartenenti a questo panorama così vasto.

 

Giovanni Giudetti

In ricordo di Carla Piccoli: la “passionaria” della cooperazione di solidarietà sociale

Se l’attuazione della Riforma del Terzo settore rappresenta un cantiere aperto, come è stato autorevolmente ed efficacemente dichiarato da Alessandro Lombardi, Direttore Generale Terzo Settore al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, può essere utile conoscere e ricordare chi ha dato il suo contributo affinché questo cantiere potesse essere pensato, progettato ed aperto.

 

Mi pare giusto cominciare un tale percorso ricordando Carla Piccoli Dal Maso che, nello scorso gennaio, all’età di 90 anni, ci ha lasciato. Chi ha avuto come me il privilegio di frequentarla a lungo e di conoscerla ricorda il suo passo scomposto e il suo tratto dimesso. Quel passo e quel tratto erano ciò che le era rimasto – e che custodiva gelosamente – di una vita vissuta sempre in salita. È stata, prima della guerra, figlia in una famiglia distinta alla periferia di Vicenza. È stata, durante la guerra, la sorella di Alberto, morto in battaglia per essere fedele al giuramento pronunciato. È stata, moglie e madre, dopo la guerra, crescendo la sua famiglia dove il lavoro di suo marito li costringeva ad andare, dalle savane africane ai boschi dell’Aspromonte, assaporando così anche l’amaro pane del migrante.

 

L’indole curiosa che l’aveva portata a laurearsi in chimica industriale, la sua straordinaria capacità di entrare subito in relazione con le persone, il non sapersi trattenere di fronte a qualsiasi sfida si sono forgiati in lei con la tragica esperienza dell’abbrutimento fisico e morale della guerra, in una sintesi per la quale ogni diseguaglianza, ogni situazione di emarginazione e ancor più di umiliazione erano per lei inaccettabili. È stato l’incontro con un bimbo autistico, e con le difficoltà della sua famiglia a prestargli una adeguata terapia, ad innescare un dinamismo che non si è più fermato. All’inizio si è inventata il ruolo di traduttrice ufficiale dei testi e degli articoli dei ricercatori americani e, quando si è accorta che la sola divulgazione scientifica non bastava ad attivare tempestive risposte per chi le aspettava, non ha esitato a raccogliere medici, psicologi e fisioterapisti intorno al progetto della Coop. Intervento di Mestre ed a far partire un centro terapeutico specialistico. E perché non restasse una iniziativa isolata, ha subito raccontato tutto in un libro a cui ha dato un titolo (“Come i cerchi nell’acqua: vivere per l’handicap”) che era un chiaro invito all’emulazione.

 

Quante volte mi ha raccontato, sempre commuovendosi, di come sia riuscita ad ottenere il provvedimento autorizzativo da Tina Anselmi da Castelfranco Veneto, allora Ministro della Sanità. A commuoverla era il ricordo dell’immediata ed intima intesa tra due donne che si erano lasciate su fronti opposti durante la guerra, ma che si erano ritrovate fianco a fianco, entrambe convintamente schierate a combattere disuguaglianza ed umiliazione nell’opera di costruzione di una società davvero riappacificata.

 

E poiché per lei, essere “come i cerchi nell’acqua” era connaturale, è diventata la prima presidente delle Federazione veneta delle Cooperative di Solidarietà Sociale. Diceva di aver finalmente trovato l’arsenale necessario a cambiare il mondo: giovani entusiasti, progetti ambiziosi e la cooperazione mutualistica e non egoistica quale modello che, valorizzando il contributo (grande o piccolo) di ognuno, ne aumentava in modo esponenziale l’incidenza sul progetto condiviso.

 

Carla non guidava l’auto, ma era presente in ogni angolo dove fosse in gestazione o si stesse consolidando una cooperativa di solidarietà sociale. Era diventata la “passionaria” della cooperazione sociale, intenta a tessere continuamente i fili di una trama che, facendosi carico di disabili a Valdagno, di tossicodipendenti a Padova, di famiglie di bambini autistici a Mestre e dell’accoglienza di minori a Feltre, portasse allo scoperto le vergogne e le contraddizioni di una società che ancora tollerava disuguaglianze ed umiliazioni altrui girandosi dall’altra parte.

 

Ho ripensato a tutto questo la mattina del 19 gennaio, mentre nella chiesa gelida della periferia operaia di Mestre davamo l’ultimo saluto a Carla. Mi sono tornate in mente le parole che pronunciò al palazzetto dello sport di Mestre, davanti a 5.000 cooperatori il 26 gennaio 2013: «Non avevamo nessuna idea di cosa fosse una cooperativa, ma abbiamo scelto di farla ed è stato bello imparare a lavorare insieme. Da allora ho girato l’Italia a fare cooperative. Ad un dato momento siamo riusciti a fare le cooperative di solidarietà sociale. Dopo 10 anni di battaglie è arrivata la Legge 381 che ci ha tolto la solidarietà, ma solo nel nome. Siamo rimasti solidarietà sociale, lo siamo nell’anima e lo saremo sempre». Grazie Carla, soprattutto per questo “sempre”. E arrivederci.


Lorenzo Pilon

Il Parlamento europeo per l’economia sociale

“Trilògo” è uno strano neologismo partorito dalle istituzioni europee per indicare il dialogo a tre che deve necessariamente instaurarsi tra Commissione, Parlamento e Consiglio, per arrivare alla promulgazione dei principali provvedimenti dell’Unione Europea.

 

Il Regolamento per il Fondo Sociale Europeo 2020/26 è appunto uno di questi. Poco prima della conclusione dell’anno passato, il Parlamento ha approvato una copiosa quantità di emendamenti che ritiene dovrebbero essere apportati al testo della proposta di provvedimento ricevuto dalla Commissione. A questo punto si apre appunto il “trilògo”. Gli sherpa delle tre istituzioni si metteranno al lavoro per giungere, dopo lunghe discussioni, negoziazioni e mediazioni, ad un testo che tutti possano approvare.

 

Ma tutto ciò cosa c’entra con il Terzo settore?
In questo caso molto perché uno dei temi più presenti negli emendamenti del Parlamento riguarda la partecipazione dei cittadini ed in particolare delle imprese sociali alle azioni e alle iniziative che saranno sostenute dal Fondo Sociale. In particolare quelle rivolte a contrastare la povertà e a favorire le diverse forme di inserimento sociale. Un risultato di non poco conto per le organizzazioni di rappresentanza del Terzo settore a Bruxelles. In particolare SEE – Social Economy Europe, l’organizzazione “umbrella” che riunisce le quattro storiche “famiglie”: associazioni, cooperative, mutue e fondazioni, si è distinta in attivismo e incisività.

 

Va detto che tradizionalmente il Parlamento Europeo, insieme al CESE – Comitato Economico e Sociale Europeo, è da sempre una delle istituzioni più attente alle istanze sociali e partecipative che giungono dai corpi intermedi della società civile. È del 2009 il “Rapporto” presentato dalla eurodeputata Patrizia Toia e approvato dal Parlamento a larghissima maggioranza, relativo a “un maggiore riconoscimento culturale e giuridico di tutte le realtà del mondo associativo, delle imprese sociali, delle cooperative, delle fondazioni e delle mutue”.

 

Dunque l’iniziativa di SEE ha trovato terreno fertile e, soprattutto, hanno trovato accoglienza almeno due questioni cruciali. La prima è la formulazione della definizione di impresa sociale in modo più articolato e completo rispetto a quanto previsto nel documento della Commissione.
Per noi italiani una formulazione molto vicina a quella contenuta nel D.lgs. 112/2017 con un chiaro richiamo alle finalità solidaristiche e sociali preminenti rispetto al capitale e alla indistribuibilità nella maggior parte degli utili. La seconda riguarda l’espresso richiamo ai partenariati tra organizzazioni pubbliche e del Terzo settore per quanto concerne la sperimentazione e la diffusione di iniziative di innovazione sociale.
È difficile dire se il buon giorno si vedrà dal mattino. Il percorso è ancora lungo. La scadenza elettorale europea incombe e con essa la domanda circa gli orientamenti che un nuovo Parlamento e una nuova Commissione avranno nei confronti del Terzo settore e dell’Economia Sociale.

 

Nel frattempo un punto a favore è stato comunque segnato ed è certo che anche per il futuro le associazioni di rappresentanza europee del Terzo settore continueranno a lavorare con grande impegno.

 

Felice Scalvini

La trasparenza degli enti del Terzo settore: i nuovi obblighi in scadenza il 28 febbraio

Sulla trasparenza degli enti del Terzo settore, il nuovo diritto del Terzo settore si sofferma ampiamente, intervenendo in maniera molto incisiva. La trasparenza dell’ente è infatti considerata dal legislatore della riforma una circostanza fondamentale ai fini della verifica della legalità e correttezza della condotta di un soggetto, come l’ente del Terzo settore, che è destinatario non solo della fiducia del pubblico, ma anche di rilevante sostegno da parte dello Stato e di altri enti pubblici, sotto forma di agevolazioni fiscali e d’altra natura. L’essere trasparente, d’altra parte, serve all’ente del Terzo settore per acquisire e conservare la fiducia che utenti, volontari e donatori possono nutrire nei suoi confronti, anche in considerazione dell’asimmetria informativa (tra fornitore ed utente) che connota molte delle attività di interesse generale che l’ente del Terzo settore è chiamato a svolgere.

 

Tra le disposizioni del Codice del Terzo settore a tal riguardo rilevanti spiccano quelle relative all’obbligo di redigere e pubblicare (nel RUNTS) il bilancio di esercizio e il bilancio sociale (artt. 13 e 14, comma 1), di rendere noti mediante pubblicazione nel proprio sito Internet (o in quello della rete associativa cui l’ente aderisca) eventuali emolumenti e corrispettivi versati ai componenti degli organi sociali, ai dirigenti e agli associati (art. 14, comma 2), di tenere determinati libri sociali (art. 15) nonché il registro dei volontari non occasionali (art. 17, comma 1).

 

Il legislatore, peraltro, ha anche qui cercato di mediare tra l’esigenza di trasparenza e i costi organizzativi e gestionali che il rispetto degli obblighi di trasparenza inevitabilmente produce, imponendo alcuni di questi obblighi – in applicazione del principio di “gradualità” che connota l’intera legislazione sul Terzo settore – non già a tutti gli enti del Terzo settore, ma soltanto a quelli di maggiori dimensioni. Ad esempio, l’obbligo di cui all’articolo 14, comma 2, sussiste soltanto per gli enti del Terzo settore con entrate annue superiori a centomila euro. Un’altra tecnica impiegata al medesimo scopo è stata quella di prevedere modalità diverse di adempimento dell’obbligo. Ad esempio, il bilancio d’esercizio può essere redatto nella forma del rendiconto per cassa dagli enti del Terzo settore che hanno entrate inferiori a 220.000 euro (art. 13, comma 2), laddove negli enti del Terzo settore che hanno entrate pari o superiori a 220.000 euro esso deve necessariamente assumere la forma del rendiconto gestionale con indicazione di proventi ed oneri e della relazione di missione che illustra le poste di bilancio, l’andamento economico e finanziario e le modalità di perseguimento delle finalità statutarie (art. 13, comma 1).

 

Quanto all’esigenza di rendere conoscibili esistenza, struttura e vicende dell’ente del Terzo settore, essa è garantita dal legislatore già al momento dell’individuazione della fattispecie “ente del Terzo settore”, là dove si stabilisce che un ente non può acquisire la qualifica di ente del Terzo settore se non è iscritto al RUNTS. Parimenti rilevante a tal fine è l’articolo 11, comma 2, che obbliga gli enti del Terzo settore che esercitano un’impresa esclusiva o principale ad iscriversi (oltre che nel RUNTS) anche nel registro delle imprese. Nel registro delle imprese, in un’apposita sezione ad esse riservata, sono iscritte le imprese sociali (che non hanno invece l’obbligo di iscriversi anche nel RUNTS).

 

Una legge (di poco) successiva al Codice del Terzo settore ha introdotto ulteriori obblighi di pubblicità e trasparenza, che si applicano anche agli enti del Terzo settore (ma non solo a questi ultimi enti, come potrà osservarsi). È su questa legge che vogliamo soffermarci in questa breve nota, poiché le sue prescrizioni sono estremamente attuali dovendo essere soddisfatte da alcuni enti entro il prossimo 28 febbraio 2019 (e così via, entro il 28 febbraio di ogni anno successivo).

 

La legge in questione è la legge 4 agosto 2017, n. 124, la legge annuale per la concorrenza e il mercato, e i riferiti obblighi di pubblicità e trasparenza sono previsti e disciplinati nei commi 125-129 del suo articolo 1.

 

Per comodità del lettore, riportiamo sotto le disposizioni che più interessano in questa sede, evidenziandone i passaggi più significativi:

 

“125. A decorrere dall’anno 2018 […] le associazioni, le Onlus e le fondazioni che intrattengono rapporti economici con le pubbliche amministrazioni e con i soggetti di cui all’articolo 2-bis del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, nonché con società controllate di diritto o di fatto direttamente o indirettamente da pubbliche amministrazioni, ivi comprese quelle che emettono azioni quotate in mercati regolamentati e le società da loro partecipate, e con società in partecipazione pubblica, ivi comprese quelle che emettono azioni quotate in mercati regolamentati e le società da loro partecipate, pubblicano entro il 28 febbraio di ogni anno, nei propri siti o portali digitali, le informazioni relative a sovvenzioni, contributi, incarichi retribuiti e comunque a vantaggi economici di qualunque genere ricevuti dalle medesime pubbliche amministrazioni e dai medesimi soggetti nell’anno precedente. Le imprese che ricevono sovvenzioni, contributi, incarichi retribuiti e comunque vantaggi economici di qualunque genere dalle pubbliche amministrazioni e dai soggetti di cui al primo periodo sono tenute a pubblicare tali importi nella nota integrativa del bilancio di esercizio e nella nota integrativa dell’eventuale bilancio consolidato. L’inosservanza di tale obbligo comporta la restituzione delle somme ai soggetti eroganti entro tre mesi dalla data di cui al periodo precedente […]

 

127. Al fine di evitare l’accumulo di informazioni non rilevanti, l’obbligo di pubblicazione di cui ai commi 125 e 126 non sussiste ove l’importo delle sovvenzioni, dei contributi, degli incarichi retribuiti e comunque dei vantaggi economici di qualunque genere ricevuti dal soggetto beneficiario sia inferiore a 10.000 euro nel periodo considerato”.

 

Sul tema sono intervenuti, a chiarimento e definizione di alcune questioni dubbie, dapprima (su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico) un parere del Consiglio di Stato (parere n. 1449/2018 dell’1 giugno 2018) e successivamente, con specifico riguardo a quanto più di interesse per gli enti del Terzo settore, una circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (circolare n. 2 dell’11 gennaio 2019).

 

Il quadro che ne emerge per gli enti del Terzo settore è il seguente:

 

1) considerato che, sostanzialmente, gli obblighi di pubblicità e trasparenza in questione si applicano a tutti gli enti privati che abbiano ricevuto da amministrazioni pubbliche vantaggi economici di qualsiasi genere, tali obblighi ovviamente vigono anche per gli enti del Terzo settore;

 

2) tali obblighi dovranno adempiersi per la prima volta entro il 28 febbraio del 2019 avendo pertanto riguardo ai vantaggi economici ricevuti nel corso del precedente anno 2018 (nel 2018 non sussisteva dunque alcun obbligo di pubblicare informazioni relative all’anno 2017);

 

3) l’obbligo però non sussiste se, nell’anno 2018, un ente del Terzo settore ha complessivamente ricevuto da pubbliche amministrazioni vantaggi in totale inferiori a 10.000 €; ovviamente, l’obbligo invece sussisterà e dovrà adempiersi negli anni successivi qualora nell’anno precedente i vantaggi economici siano stati pari o superiori a questa soglia legislativa; sicché sarà ad esempio soggetto all’obbligo nel 2020 un ente del Terzo settore che dovesse ottenere nel 2019 contributi pubblici in misura almeno pari a 10.000 €;

 

4) nel computo della soglia vanno considerati i vantaggi economici di qualsiasi genere: contributi, sovvenzioni, ma anche corrispettivi contrattuali;

 

5) come chiarito dal Ministero del Lavoro nella circolare citata, “L’attribuzione del vantaggio da parte della P.A. può avere ad oggetto non soltanto risorse finanziarie, ma anche risorse strumentali (come nel caso di un rapporto di comodato di un bene mobile o immobile): ai fini della prescritta indicazione della quantificazione del vantaggio economico assegnato, si dovrà fare riferimento al valore dichiarato dalla pubblica amministrazione che ha attribuito il bene in questione;

 

6) ai fini del computo della soglia minima i vantaggi economici provenienti da diverse amministrazioni pubbliche devono essere sommati, ed una volta che la soglia sia superata, tutti i singoli vantaggi economici, ancorché singolarmente inferiori, dovranno essere pubblicati; sicché, ad esempio, un ente del Terzo settore che nel 2018 avesse ricevuto un contributo di 6.000 € da un comune ed un contributo di 5.000 € da una regione, sarebbe obbligato a pubblicare entrambi i contributi, anche se ciascun contributo individualmente considerato non supera i 10.000 €;

 

7) ai fini del computo della soglia dei 10.000 € e del corretto adempimento dell’obbligo di pubblicazione dovrà applicarsi il criterio contabile di cassa, sicché conteranno i vantaggi economici ricevuti nell’anno di riferimento, anche se eventualmente deliberati o dovuti dalla pubblica amministrazione in un anno precedente;

 

8) gli obblighi di trasparenza devono adempiersi con modalità diverse (e conseguentemente entro termini diversi) a seconda della natura dell’ente. Infatti,

 

a) gli enti del Terzo settore qualificabili come “imprese” (come le cooperative sociali e le altre imprese sociali, ma anche, a nostro avviso, le associazioni e le fondazioni del Terzo settore iscritte, oltre che nel RUNTS, anche nel registro delle imprese) non sono tenuti alla pubblicazione in Internet entro il 28 febbraio di ogni anno, bensì alla pubblicazione nella nota integrativa del bilancio di esercizio e nella nota integrativa dell’eventuale bilancio consolidato; ne consegue che il termine di adempimento coincide con quello entro il quale il bilancio deve essere approvato e pubblicato;

 

b) gli enti del Terzo settore non qualificabili come imprese (associazioni e fondazioni del Terzo settore non iscritte nel registro delle imprese ma solo al RUNTS; ODV; APS; ecc.; ma anche probabilmente enti ecclesiastici che svolgano un’attività di interesse generale attraverso un “ramo ONLUS” o un “ramo Terzo settore”) dovranno invece pubblicare le informazioni rilevanti entro il 28 febbraio 2019; non è chiaro se l’obbligo sussista anche per gli enti ecclesiastici che agiscano senza la mediazione di un “ramo”: la risposta dovrebbe essere negativa, considerato il fatto che tali enti non sono espressamente menzionati nella legge;

 

c) gli enti del Terzo settore di cui alla precedente lettera b), potranno pubblicare le informazioni rilevanti o nel proprio sito Internet (o altro luogo pubblico virtuale, quale la propria pagina Facebook) oppure in quello della rete associativa di appartenenza;

 

9) il Ministero del Lavoro, nella menzionata circolare, ha chiarito che le informazioni da pubblicare dovranno comprendere quanto meno i seguenti elementi:

 

a) denominazione e codice fiscale del soggetto ricevente;

b) denominazione del soggetto erogante;

c) somma incassata (per ogni singolo rapporto giuridico sottostante);

d) data di incasso;

e) causale;

 

10) il Consiglio di Stato, nel summenzionato parere, ha ritenuto che la sanzione della restituzione delle somme ricevute (e non pubblicate) debba applicarsi soltanto alle imprese, dunque agli enti del Terzo settore di cui al precedente punto 8), lettera a); per gli enti del Terzo settore che non siano imprese, pertanto, l’obbligo risulterebbe privo di sanzione;

 

11) il Ministero del Lavoro ha infine chiarito che l’adempimento di questi obblighi di trasparenza non esclude l’adempimento di altri obblighi di trasparenza previsti da altre leggi o norme, come ad esempio dell’obbligo di rendicontazione delle somme percepite a titolo di cinque per mille, oppure, per alcune cooperative sociali, del nuovo obbligo introdotto dall’articolo 12-ter del D.L. n. 113/2018, convertito dalla legge n. 132/2018.

 

Antonio Fici

Rapporto cooperazione. Rilevanza del fenomeno, dinamiche e sviluppi

Dopo lo sguardo globale del “Word cooperative monitor”, di cui abbiamo parlato in una nota precedente, EURICSE, centro studi partner dell’Osservatorio di Cattolica, ha focalizzato la propria attenzione sulle cooperative del nostro Paese e, grazie ad un accordo con l’ISTAT, ha svolto una ricerca su “Struttura e performance delle cooperative italiane”(anno 2015), producendo un interessante rapporto di ricerca, presentato il 25 gennaio scorso a Roma, presso la sede dell’Istituto di statistica.

 

Quella della cooperazione è un’area di particolare rilievo: si affianca a quella del Terzo settore (sovrapponendosi ad essa per quanto concerne le cooperative sociali) e risulta importante conoscerla per almeno due ordini di motivi. Il primo potremmo definirlo “ambientale”: avere una completa percezione di cosa e come, complessivamente, si sta muovendo nello spazio sociale ed economico, che si trova tra l’area pubblica e quella privata profit, può aiutare a meglio comprendere le dinamiche del Terzo settore. Il secondo è di natura “istituzionale”: va infatti ricordato che, secondo l’impostazione dell’UE, cooperazione e Terzo settore vanno insieme a costituire l’ampio universo economico e sociale definito come “Economia sociale”, rispetto al quale è quindi opportuno sempre meglio sintonizzarsi.

 

Vari i dati interessanti che emergono dal Rapporto (scaricabile integralmente qui, dal sito dell’ISTAT). Innanzitutto la rilevanza del fenomeno cooperativo: con 59.020 imprese, oltre 26 miliardi di valore aggiunto e 1.200.000 addetti, esso – soprattutto nelle regioni di storico insediamento (Emilia Romagna e Trentino), ma anche in altri territori, come Umbria e Sardegna – rappresenta una quota significativa dell’economia di quei territori. Un comparto che, pur in costante evoluzione, non ha smesso di crescere in tutti questi anni e che ha dimostrato una particolare resilienza anche nel periodo di più grave crisi, generando nuovi posti di lavoro anche quando il resto delle imprese riduceva pesantemente l’occupazione. In proposito appaiono interessanti le caratteristiche dell’occupazione: nella quasi totalità a tempo indeterminato, con prevalenza femminile e una significativa quota di under 35.

 

Il rapporto dedica poi due capitoli ad approfondire in uno le caratteristiche e le dinamiche dei Gruppi cooperativi e nell’altro la propensione alla innovazione, raffrontata con quella delle altre imprese. Riguardo a quest’ultimo tema emerge un quadro chiaroscurale, con un significativo gap che interessa soprattutto le imprese dai 30 addetti in su ed appare rilevante soprattutto riguardo alla digitalizzazione, diversamente da quanto emerge per le imprese di taglia più piccola e per i profili di innovazione commerciale. Profili sicuramente interessanti che offrono la possibilità di approfondite riflessioni specifiche.

 

Nell’insieme una panoramica di grande interesse che potrà essere in futuro completata anche riguardo all’area del Terzo settore e poi costantemente aggiornata grazie alla convenzione di ricerca “Dimensioni, evoluzione e caratteristiche dell’economia sociale” stipulata tra Istat ed Euricse, con l’obiettivo di fornire un quadro statistico completo e aggiornato sull’universo dell’economia sociale.

 

Felice Scalvini