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Scienze della Pace: Valore e Azioni al servizio del Terzo settore

Da mercoledì 10 a venerdì 12 luglio avrà luogo, presso la Pontificia Università Lateranense, la Scuola di Orientamento al Futuro “Sapere e Saperi: La scelta dei percorsi di formazione e conoscenza”. Questa Summer School nasce con l’intento di fornire un supporto agli studenti delle scuole secondarie superiori verso una adeguata e coerente scelta universitaria. Con questo percorso formativo ed educativo gli iscritti parteciperanno a momenti di approfondimento culturale e interdisciplinare finalizzati a individuare il percorso di laurea più vicino alle proprie attitudini e aspirazioni. Allo stesso tempo, avranno modo di vivere un momento di crescita personale e comunitaria attraverso lezioni frontali e dibattiti, condividendo idee e desideri relativi al loro futuro professionale e alle scelte che dovranno fare “da grandi”.

 

La Scuola intende promuovere e sviluppare un confronto su tematiche riguardanti il network di conoscenze inter e trans disciplinari, articolando nozioni e riflessioni legate e adeguatamente rimodulate con i percorsi di laurea offerti dalla Pontificia Università Lateranense: Giurisprudenza, Scienze della Pace e della Cooperazione Internazionale, Diritto Canonico, Filosofia e Teologia.

 

In linea con l’opportunità, che i più giovani hanno di partecipare a questa attività estiva di orientamento, si colloca più nello specifico ed in maniera più approfondita il percorso di laurea in Scienze della Pace e della Cooperazione Internazionale.

 

Il ciclo di studi in Scienze della Pace, istituito dal Santo Padre Francesco con Lettera “Il desiderio di pace”, del 12 novembre 2018, implementa al suo interno l’ambito dei Peace Studies, avvalendosi di multilaterale interazione tra la formazione filosofico-teologica e delle scienze umane con quella scientifica e giuridica. In particolare, il corso è strutturato su 4 aree disciplinari fondamentali: quella del diritto, della filosofia, dell’economia e delle scienze sociali; ed è arricchito dai principi basilari della teologia pastorale.

 

L’iter accademico e di ricerca prevede una Laurea triennale (baccalaureato) in Scienze della Pace e una Laurea magistrale (licenza) della durata di due anni in Scienze della Pace e della Cooperazione Internazionale. Ognuno di questi risulta pienamente equipollente con le classi di laurea italiane in Scienze politiche.

 

Tra gli obiettivi del corso quello di preparare professionisti capaci di assimilare e concretizzare una specifica cultura della pace, partendo dalla dimensione giuridica e sociale fino a giungere alle più dirette sfide proprie di una società complessa, multiculturale e post-globale. I soggetti studenti beneficiari del percorso multi stakeholders peace studies acquisiranno la capacità di operare in scenari di conflitto, di cooperazione e di promozione del bene comune. Inoltre la prassi metodologica utilizzata mirerà alla risoluzione e gestione dei conflitti con una chiave di lettura orientata al peace thinking and governance, sia a livello geopolitico e internazionale, sia nel contesto interreligioso e di Terzo settore nel suo insieme.

 

Il corso di Laurea in Scienze della Pace mira a formare i seguenti profili professionali:

 

– Operatori culturali e cooperanti con mansioni tecniche allo sviluppo internazionale e del Terzo settore; tecnici operatori in politiche e programmi di Peacekeeping, Peace-building e Peace-enforcement e del Terzo settore.

 

– Responsabili e funzionari operatori dei temi della giustizia e della pace presso Congregazioni religiose, Conferenze Episcopali, Ordinariati militari, movimenti e gruppi di ispirazione cristiana e di promozione del dialogo ecumenico e interreligioso.

 

Concludendo, con quanto evidenziato dal rettore dell’ateneo, il prof. Vincenzo Buonomo, il percorso accademico ha l’obiettivo di formare almeno tre categorie di operatori di pace: coloro che fanno attività di mediazione, quelli che svolgono la loro attività nel campo sociale e di Terzo settore, ed infine tutti i soggetti che operano nelle Organizzazioni Non Governative di rango internazionale e nazionale. La pace raccoglie al suo interno una totalità di scienze, a cui concorrono elementi e obiettivi differenti per natura giuridica e contesto sociale ed economico di appartenenza.

 

Giovanni Giudetti

Novità per gli enti del Terzo settore dal decreto crescita: proroga del termine di adeguamento alla riforma e non solo…

Lo scorso giovedì 27 giugno 2019, il Senato, con 158 voti favorevoli, 104 contrari e 15 astenuti, rinnovando la fiducia al Governo, ha approvato in via definitiva la legge di conversione, con modificazioni, del decreto legge n. 34, recante misure urgenti di crescita economica, nel testo approvato dalla Camera dei deputati (c.d. decreto “crescita”).
Il decreto “crescita” presenta significative novità per gli enti del Terzo settore, introdotte soprattutto nella fase di sua conversione in legge.

 

I) La prima novità, quella di maggiore importanza ed urgenza, attiene al termine di adeguamento degli statuti alla nuova disciplina del Terzo settore.
Più precisamente, l’art. 43, comma 4-bis, del decreto, presenta la seguente disposizione: “In deroga a quanto previsto dall’articolo 101, comma 2, del codice del Terzo settore, di cui al decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, i termini per l’adeguamento degli statuti delle bande musicali, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni di promozione sociale sono prorogati al 30 giugno 2020. Il termine per il medesimo adeguamento da parte delle imprese sociali, in deroga a quanto previsto dall’articolo 17, comma 3, del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 112, è differito al 30 giugno 2020”.
Il “fatidico” termine di cui all’art. 101, comma 2, del Codice del Terzo settore – cioè il 2 (o 3) agosto 2019 – è stato dunque prorogato da questa disposizione al 30 giugno 2020. Per gli adeguamenti delle imprese sociali, invece, il termine di adeguamento è stato di fatto “riaperto” poiché era già scaduto il 19 febbraio del 2019. Anche per le imprese sociali, tale termine coincide adesso con il 30 giugno 2020.
Dopo aver ricordato che questa norma dovrebbe applicarsi soltanto ed esclusivamente agli enti del Terzo settore costituiti prima del 3 agosto 2017, cioè prima dell’entrata in vigore del Codice del Terzo settore, e alle imprese sociali costituite prima del 20 luglio, cioè prima dell’entrata in vigore del d.lgs. 112/2017, ci sentiamo comunque di suggerire agli ETS e alle imprese sociali da essa interessati di adeguarsi alla nuova normativa il più presto possibile, senza necessariamente attendere il 30 giugno 2020, soprattutto qualora l’adeguamento alla nuova normativa non presenti per loro particolari difficoltà o il compimento di chissà quali scelte. Adeguandosi, gli enti si porranno in regola con la nuova normativa del Terzo settore e non andranno incontro a nessuna potenziale conseguenza negativa (in sede di eventuali controlli). Essi, per di più, potranno avvantaggiarsi dell’intervenuto adeguamento in sede di “trasmigrazione” nel Registro unico, se davvero essa avverrà nel marzo del 2020, come sembra dalle notizie che circolano a tal riguardo.

 

II) La seconda rilevante novità riguarda gli obblighi di trasparenza relativi alla pubblicazione di somme ricevute da enti pubblici, poiché il decreto “crescita” ha ampiamente modificato i commi 125-129 dell’articolo 1 della legge 4 agosto 2017, n. 124, che tali obblighi avevano per la prima volta introdotto.
È stato innanzitutto modificato il termine entro il quale la pubblicazione va effettuata: adesso è il 30 giugno di ogni anno (con riferimento ai contributi ricevuti l’anno precedente), mentre prima era il 28 febbraio. Gli enti che non avessero ancora effettuato la pubblicazione dovuta potrebbero dunque mettersi in regola al più presto.
In secondo luogo, quanto all’oggetto, devono essere pubblicate soltanto le informazioni relative a sovvenzioni, sussidi, vantaggi, contributi o aiuti, in denaro o in natura, ricevuti da pubbliche amministrazioni, sempre che: a) non abbiano carattere generale; b) non abbiano natura corrispettiva, retributiva o risarcitoria; c) siano di importo non inferiore a 10.000 € (quest’ultima soglia è rimasta invariata).
Quanto alle modalità di pubblicazione, i soggetti che svolgono attività commerciali devono dare conto di questi contributi nella nota integrativa al proprio bilancio ovvero nel proprio sito Internet o in analoghi portali digitali qualora redigano il bilancio in forma abbreviata ai sensi dell’art. 2435-bis del codice civile (o siano comunque non tenuti alla redazione della nota integrativa al bilancio). Tutti gli altri soggetti obbligati devono pubblicarli nel proprio sito Internet o in analoghi portali digitali. Una regola particolare vale per le cooperative sociali che svolgono attività a favore degli stranieri: esse sono altresì tenute a pubblicare trimestralmente nei propri siti internet o portali digitali l’elenco dei soggetti a cui sono versate somme per lo svolgimento di servizi finalizzati ad attività di integrazione, assistenza e protezione sociale.
Cambia la sfera degli obbligati: sono le associazioni e le fondazioni (incluse quelle del Terzo settore), le ONLUS, ed alcune cooperative sociali, cioè quelle che svolgono attività a favore degli stranieri di cui al d.lgs. 286/1998. Quanto agli enti del Terzo settore, sono dunque escluse non solo le cooperative sociali che svolgono attività diverse da quella sopra indicata, ma anche, più in generale, tutte le altre imprese sociali in forma societaria (le imprese sociali in forma di associazione e di fondazione dovrebbero invece ritenersi tenute alla pubblicazione).
Rinnovata infine anche la disciplina delle sanzioni, prima lacunosa: si prevede infatti adesso che, a partire dall’1 gennaio 2020, l’inosservanza degli obblighi comporta una sanzione pari all’1 per cento degli importi ricevuti con un importo minimo di 2.000 euro, nonché la sanzione accessoria dell’adempimento agli obblighi di pubblicazione. Decorsi 90 giorni dalla contestazione senza che il trasgressore abbia ottemperato agli obblighi di pubblicazione e al pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria, si applica la sanzione della restituzione integrale del beneficio ai soggetti eroganti. Le sanzioni sono irrogate dalle pubbliche amministrazioni che hanno erogato il beneficio oppure dall’amministrazione vigilante o competente per materia.

 

III) La terza novità di rilievo concerne sempre la materia della trasparenza ed ha a che fare con gli stringenti obblighi di pubblicazione nascenti dalla c.d. “spazzacorrotti”, che aveva finito per equiparare ai partiti politici tutte le associazioni e fondazioni, sol che fosse accertato un loro qualche “collegamento” con la persona di un politico o ex-politico, incluse le associazioni e le fondazioni del Terzo settore, su cui già gravano numerosi obblighi di trasparenza per effetto della nuova normativa.
Il provvedimento aveva suscitato molto clamore e preoccupazione nel mondo del Terzo settore. Ma il pericolo è rientrato perché appunto il decreto “crescita” ha adesso espressamente escluso gli enti del Terzo settore (nonché le fondazioni, le associazioni, i comitati appartenenti alle confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese) dall’ambito di applicazione del d.l. 149/2013 (convertito dalla legge 13/2014). Al suo articolo 5 è stato infatti aggiunto un comma 4-bis del seguente tenore: “Il comma 4, lettera b), non si applica agli enti del Terzo settore iscritti nel Registro unico nazionale di cui all’articolo 45 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117. Il comma 4, lettera b), non si applica altresì alle fondazioni, alle associazioni, ai comitati appartenenti alle confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese”.
Una successiva disposizione del d.l. “crescita” opportunamente chiarisce che “Fino all’operatività del Registro unico nazionale del Terzo settore di cui all’articolo 45 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, il requisito dell’iscrizione nel predetto registro previsto dall’articolo 5, comma 4-bis, del decreto-legge 28 dicembre 2013, n. 149, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 13, s’intende soddisfatto con l’iscrizione in uno dei registri previsti dalle normative di settore, ai sensi dell’articolo 101, comma 3, del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117”. Tali registri transitoriamente “equipollenti” sono i registri (regionali) delle ODV, i registri (regionali e nazionale) delle APS e l’anagrafe delle ONLUS.

 

IV) Un’ultima novità, di rilevanza ancora più generale, riguarda le modifiche apportate all’art. 89, comma 4, del Codice del Terzo settore, che a sua volta aveva modificato l’art. 148, comma 3, TUIR. L’art. 14 del d.l. “crescita” sostanzialmente ripristina la vecchia formulazione dell’art. 148, comma 3, aggiungendo una nuova categoria di soggetti tra i potenziali beneficiari della decommercializzazione dei corrispettivi specifici previsti da questa disposizione. In sostanza oggi, l’art. 148, comma 3, TUIR, si applica ad “associazioni politiche, sindacali e di categoria, religiose, sportive dilettantistiche, nonché alle strutture periferiche di natura privatistica necessarie agli enti pubblici non economici per attuare la funzione di preposto a servizi di pubblico interesse”.

 

Antonio Fici

Benvenuto a bordo professor Rajan

Chi l’avrebbe mai detto? Un brillante e prestigioso economista della Scuola di Chicago – quella di Milton Friedman, del monetarismo e della razionalità perfetta dei mercati finanziari, tanto per intenderci – che pubblica un libro per sposare la causa del Terzo settore. L’evento può apparire paradossale, ma è avvenuto e costituisce un’utile occasione di riflessione e confronto.

 

Raghuram Rajan, l’autore, è già noto in Italia per essere stato dal 2013 al 2016 Governatore della Banca centrale dell’India, ed anche per un suo scritto, a quattro mani con Alberto Alesina, di qualche anno fa: “Salvare il capitalismo dai capitalisti”. Un tipico esponente del “Washington consensus” si direbbe. Un paladino del pensiero conservatore che adesso pubblica (in Italia per i tipi di Bocconi editore, anche questo significativo) “Il Terzo Pilastro”, un libro di oltre 400 pagine, nel quale si esprime l’argomentata convinzione che le tre colonne portanti della società (lo Stato, i mercati, la comunità in cui viviamo) è necessario che interagiscano in modo sempre più equilibrato fra loro, perché le cose stanno iniziando a guastarsi e abbiamo bisogno di tornare a una situazione più stabile e sicura.

 

Sostiene Rajan che gli economisti limitano troppo spesso il loro campo di riflessione al rapporto fra Stato e mercati, lasciando ad altri le questioni sociali. Si tratta di un atteggiamento non solo miope, ma anche pericoloso. Tutta l’economia in realtà è socioeconomia: i mercati sono inseriti in una rete di rapporti umani, di norme e di valori, e Rajan mostra come nel corso della Storia il passaggio a una nuova fase tecnologica abbia sempre strappato il mercato dalle vecchie reti, suscitando quelle violente reazioni che oggi definiamo populismo. Ogni volta si perviene a un nuovo equilibrio, ma il processo può essere violento e caotico, soprattutto se svolto nel modo sbagliato, come sta accadendo oggi.

 

Con la crescita dei mercati, e il tendenziale riassestamento – pur non facile – degli stati su scala continentale, il potere economico e politico si concentra in hub sempre più ridotti e centralizzati che condannano la periferia alla decomposizione, metaforica e letterale. Rajan offre un’alternativa, un modo per ripensare il rapporto fra mercato e società civile, e si esprime a favore di uno spostamento dell’enfasi verso il rafforzamento del potere e della vitalità delle comunità locali come antidoto alla disperazione e al malcontento crescenti.

 

La tesi di Rajan suonerà per molti provocatoria. Non per noi che da anni ci muoviamo su questa linea di pensiero e che lavoriamo per creare e irrobustire la nuove istituzioni del “Terzo Pilastro”, tema questo sul quale l’autore non arriva a sviluppare proposte adeguate e che potrebbe molto giovarsi della conoscenza dell’esperienza italiana.

 

Speriamo che ciò accada presto. Nel frattempo: “Benvenuto a bordo prof Rajan!”

 

Felice Scalvini

Adeguamento degli Statuti e iscrizione al RUNTS per le ONG

Riprendendo il tema già affrontato da Antonio Fici occorre completare il quadro di analisi dei soggetti coinvolti dal Codice del Terzo settore con ulteriori precisazioni riguardanti le procedure di adeguamento degli statuti entro il termine del 2 agosto 2019.


Più nello specifico vanno delineate quelle che sono le indicazioni che devono essere seguite dalle Organizzazioni Non Governative – ONG per adeguare i loro statuti e per l’iscrizione al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore.


In una recente nota ministeriale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, indirizzata al Forum Nazionale del Terzo Settore, viene chiarito l’iter di implementazione delle nuove previsioni normative per le ONG soprattutto al punto nel quale ci si interrogava se l’esclusiva iscrizione al “registro ad hoc” delle ONLUS potesse realizzare una condizione favorevole e preferenziale per l’accesso al RUNTS (per approfondire vedi anche la Circ. Min. n. 20/2018).


Fugando immediatamente ogni dubbio rispondiamo al quesito dicendo che non è affatto possibile pensare a questo, soprattutto considerando il fatto che per le ONG l’iscrizione al RUNTS non avverrà in automatico ed in maniere sistemica, ma soltanto se è opportunamente richiesta dall’ente preposto.


La nota, dopo un attento ed accurato excursus storico e normativo degli standard operativi delle ONG nell’ambito di diritto interno, non trascura la questione riguardante la fisionomia che può assumere tale forma organizzativa di ente alla luce del Codice del Terzo Settore – CTS.


Stando a quello che è il quadro legislativo di diritto nazionale le ONG venivano inizialmente considerate ONLUS di diritto (ai sensi dell’art. 10 c. 8 del d.lgs. n.460/1997); solo in un secondo momento con la Legge n.125/2014 tale qualifica fiscale e di categoria non era più direttamente collegata alla previsione legislativa, ma dipendeva da una delega concessa a tutti i soggetti interessati (su richiesta dell’ONG) che si concretizzava in una espressa iscrizione all’interno del registro/anagrafe delle ONLUS.


Con il CTS si va ad integrare quanto già previsto dall’art. 32 c. 7 della Legge n.125/2014 prevedendo, per gli enti di cui sopra, l’iscrizione al RUNTS.


Pertanto – in linea con quello che è il quadro normativo e con quelle che sono le recenti indicazioni del Ministero sull’adeguamento degli statuti per gli ETS – deve essere esclusa ogni automaticità dell’iscrizione al registro in questione delle ONG.

Le differenti motivazioni della scelta sono:


1) il requisito della ETEROGENEITÀ delle strutture organizzative da queste assunte che ostacola l’indicizzazione immediata verso una specifica sezione del RUNTS;


2) l’esclusione di qualsiasi TRATTAMENTO GIURIDICO DI FAVORE in ragione di una ipotetica automaticità, ed in contrasto con le categorie soggettive così come disciplinate per ODV e APS;


3) il DIFFERENTE CONTESTO NORMATIVO di “contenitore” iniziale di tali ONG si pone in contrasto con il CTS (in tema di iscrizione all’anagrafe delle ONLUS preesisteva – vedi L. 125/2014 – una qualificazione ex lege delle ONG in quanto ONLUS di diritto, rebus sic stantibus tale condizione nel CTS non è automatica ma è connessa con il requisito dell’iscrizione al RUNTS oltre che con le ODV, le APS e le ONLUS che hanno il dovere e la responsabilità di provvedere agli adeguamenti statutari entro il termine previsto).


Di conseguenza quanto disciplinato dall’art. 89 c. 9 del CTS non può generare nessun requisito ed elemento di automaticità nell’iscrizione al RUNTS. Ma suggerisce di rimodulare – anche attraverso il D.M. ex art. 53 del CTS – un iter specifico per l’inserimento differenziato (rispetto ai soggetti che puntano alla qualifica di ETS) delle ONG all’interno del registro.


Concludendo si può affermare che:


– se l’ONG ha la qualifica di ODV, APS o di ONLUS (quindi da considerarsi ETS in itinere) usufruirà del regime cd. “alleggerito” di adeguamento statutario (ex art. 101, c. 2 CTS);


– se l’ONG è priva di una di queste qualifiche non potrà, sempre nel periodo transitorio, considerarsi ETS a meno che non voglia adeguare i propri statuti seguendo le regole condivise dagli ETS del Codice.


Quando il RUNTS sarà pienamente operativo per l’Organizzazione Non Governativa di TS in possesso della qualifica di ODV e/o di APS bisognerà adeguarsi con l’art. 54 del CTS; mentre per l’ONG già iscritta in anagrafe ONLUS, così come per le restanti (legate all’art. 89 c. 9 del Codice), la procedura verrà meglio disciplinata nel DM di dettaglio sul RUNTS che sarà emanato a breve.


Giovanni Giudetti

Avanzamenti e problemi nell’attuazione della Riforma

La riunione del 4 giugno del Consiglio nazionale del Terzo settore ha rappresentato l’occasione per fare il punto circa lo stato di attuazione della normativa del Codice del Terzo settore.

Il tema principale oggetto di aggiornamento è stato quello relativo all’avvio del Registro Unico. La relazione del Direttore generale del Ministero del lavoro, dott. Lombardi, corredata dalla presentazione proposta da Unioncamere, ha finalmente fornito un orizzonte temporale definito con scadenze che, salvo gravi incidenti di percorso, dovrebbero essere rispettate. Il gruppo di lavoro costituito dal Ministero con le Regioni e Unioncamere è in piena attività, e l’avvio del Registro Unico, a cui farà immediatamente seguito la prima migrazione riguardante ONLUS, OdV e APS, è previsto per i primissimi mesi del 2020. Restano da meglio precisare i termini e le modalità di avvio dell’iscrizione per gli enti non inseriti in alcun albo o di nuova costituzione. Al riguardo, in Consiglio nazionale si è sviluppata una articolata discussione con interessanti elementi e spunti di riflessione. Subito dopo l’estate, il quadro complessivo dovrebbe risultare definito anche per questi ulteriori profili.

L’ordine del giorno prevedeva poi l’esame delle Linee guida recanti “Indicazioni in materia di affidamento dei servizi sociali” che l’ANAC ha recentemente promulgato e proposto alla pubblica consultazione. Il Consiglio, all’unanaimità, ha ritenuto di non entrare nell’esame di dettaglio, ma di proporre, attraverso il Ministero, l’organizzazione di un incontro con ANAC, per una discussione a tutto campo. Ciò nella convinzione che sia necessario affrontare una questione pregiudiziale, al momento tutt’altro che risolta. L’Autorità, con una visione molto discutibile che emerge dalle Linee guida, sembra non voler riconoscere il Codice del Terzo settore come una specifica fonte primaria di diritto, alternativa e complementare al Codice degli Appalti, che invece si insiste a considerarare come unico riferimento per regolare i rapporti tra PA e ETS.

Si tratta di un approccio dal quale discendono due conseguenze alle quali bisogna riuscire a porre rimedio. La prima è che, così facendo, si intralcia il dispiegarsi del nuovo e più appropriato sistema di relazioni previsto dall’art. 55 del Codice, attuativo – finalmente – del Principio di sussidiarietà sancito dall’art 118 della Costituzione. È vero che l’ANAC non ha potestà legislativa, e l’operazione di “disconoscimento” dell’art. 55 e di “sospensione” del Princio di sussidiarietà dell’art. 118 non ha di per sé valore precettivo; ma è altrettanto vero che l’intervento combinato di ANAC e del Consiglio di stato, che quasi un anno fa ha diffuso un parere segnato dai medesimi preconcetti punti di vista, non può non produrre un clima di allarme e preoccupazione presso le Pubbliche Amministrazioni.

A ciò si aggiunge la seconda conseguenza. ANAC, con questa posizione, si sottrae a quello che, invece, dovrebbe essere in questo momento il suo impegno principale: contribuire a strumentare adeguatamente l’attuazione dell’art. 55 ed in particolare dei procedimenti di co-programmazione, co-progettazione, accreditamento e partenariato, indicando criteri e meccanismi volti a garantire trasparenza, imparzialità ed efficacia/afficienza. Un contributo che permetterebbe di offrire alle Pubbliche Amministrazioni la possibilità di scegliere tra due percorsi, ambedue legittimi e strutturati, per realizzare al meglio attività e collaborazioni col Terzo settore.
Non resta che attendere la risposta di ANAC e confidare in un atteggiamento positivo e propositivo.

Felice Scalvini

La nuova Circolare ministeriale sugli adeguamenti statutari: il termine del 2 agosto 2019 è davvero perentorio?

È ormai prossima la scadenza del 2 agosto 2019, termine entro il quale gli enti dovranno adeguare i propri statuti alle novità introdotte dalla Riforma del Terzo settore. Al tema avevamo già dedicato un precedente articolo la scorsa settimana, ma un ulteriore fatto, recentissimo, rende necessario ritornare su di esso.


Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, con la nuova Circolare del 31 maggio 2019, n. 13, fornisce “ulteriori chiarimenti” riguardanti, tra l’altro, la “gestione” dei tempi di adeguamento alla Riforma e gli effetti della mancata osservanza del termine del 2 agosto concesso agli enti del Terzo settore già costituiti (e iscritti nei registri di settore riservati alle Organizzazioni di volontariato, alle Associazioni di promozione sociale e alle ONLUS) per adeguarsi.


Il “dubbio” che la Circolare ha tentato di risolvere riguarda la natura del termine dei 24 mesi indicato dall’art. 101, comma 2, CTS, ove è stabilito, testualmente, che “fino all’operatività del Registro unico nazionale del Terzo settore, continuano ad applicarsi le norme previgenti ai fini e per gli effetti derivanti dall’iscrizione degli enti nei Registri Onlus, Organizzazioni di Volontariato, Associazioni di promozione sociale [e Imprese sociali] che si adeguano alle disposizioni inderogabili del presente decreto entro ventiquattro mesi dalla data della sua entrata in vigore”. Entro il medesimo termine, esse possono modificare i propri statuti con le modalità e le maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria al fine di adeguarli alle nuove disposizioni inderogabili o di introdurre clausole che escludono l’applicazione di nuove disposizioni derogabili mediante specifica clausola statutaria”.


Anzitutto occorre precisare che la norma richiamata si riferisce agli enti già iscritti nei registri di settore che, in via transitoria, sono considerati “equipollenti” al Registro Unico Nazionale del Terzo settore (RUNTS).
Secondo l’orientamento espresso nella Circolare ministeriale n. 13/2019, la disposizione contenuta nell’art. 101, comma 2, CTS “attribuisce agli enti iscritti un onere ed al contempo una facoltà: sotto il primo profilo, il conformarsi, attraverso l’adeguamento statutario, al nuovo quadro normativo, più che l’assoggettamento ad un obbligo, rappresenta l’espressione attraverso la quale l’ente manifesta la propria libera scelta di permanere all’interno del Terzo settore (…)”. La previsione in commento, sempre secondo la linea interpretativa espressa in sede ministeriale, “per altro verso attribuisce ad ODV, APS ed ONLUS iscritte ai registri la facoltà di utilizzare entro la medesima data del 3 agosto 2019, per gli adeguamenti statutari, limitatamente alle nuove disposizioni inderogabili o per introdurre clausole che escludono l’applicazione di nuove disposizioni derogabili mediante specifica clausola statutaria (…) il regime cd. “alleggerito”, ovvero quello delle modalità e delle maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria”.

 

Se da un lato è fuor di dubbio che l’adeguamento statutario al nuovo quadro normativo non è un obbligo, poiché ODV, APS e ONLUS ben potrebbero decidere di non adeguarsi affatto alla riforma, uscendo così dal perimetro del Terzo settore, non è condivisibile, dall’altro lato, sostenere che gli enti che, invece, intendano permanere nel Terzo settore non siano tenuti all’osservanza del termine perentorio di 24 mesi, per effettuare l’adeguamento.
Dunque, fermo restando l’obbligo di adeguamento (e la relativa scadenza dei 24 mesi) per quegli ETS che intendano mantenere le rispettive qualifiche (e gli effetti che ne derivano), il legislatore, nella seconda parte dell’art. 101, comma 2, CTS, consente (e non obbliga, questa volta) di fruire di una modalità di approvazione semplificata per le modifiche statutarie (mediante le modalità e i quorum dell’assemblea ordinaria).
Il “doppio” riferimento temporale ai 24 mesi, contenuto nella norma richiamata, dev’essere, pertanto, letto nel senso di ritenere che:
– fino all’operatività del RUNTS, agli ETS già iscritti nei registri di settore (ODV, APS e ONLUS) si continuano ad applicare le norme previgenti e sugli stessi grava l’onere di adeguarsi al Codice del Terzo settore entro 24 mesi (sempreché intendano, naturalmente, mantenere il proprio status);
– entro questo medesimo termine di 24 mesi, il legislatore consente, inoltre, a tali ETS la possibilità – giova ribadirlo fermo restando l’obbligo all’adeguamento entro tale scadenza – di effettuare le modifiche statutarie avvalendosi delle modalità e delle maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria.

 

La locuzione “possono modificare i propri statuti con le modalità e le maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria (…)” contenuta nella norma non fa, dunque, venir meno l’obbligo per tali ETS di adeguare i propri statuti entro il 2 agosto 2019.
E del resto la formulazione utilizzata dal legislatore è coerente con la circostanza per cui l’ETS può utilizzare il c.d. regime “alleggerito”, ma soltanto se le modifiche statutarie siano volte ad adeguare gli statuti alle nuove disposizioni inderogabili o per introdurre clausole che escludano l’applicazione di nuove disposizioni derogabili mediante specifica clausola statutaria. Se l’ente, invece, in occasione dell’adeguamento, ritenesse di voler introdurre, ad esempio, ulteriori modifiche al proprio assetto organizzativo, non potrebbe più fruire delle modalità e dei quorum dell’assemblea ordinaria, ma resterebbe, in ogni caso, fermo l’obbligo di adeguamento.

 

Per gli enti dotati di personalità giuridica, la Circolare ministeriale precisa che “la scadenza individuata dalla legge non può riferirsi che alla data entro la quale l’organo statutario dell’ETS delibera la modifica statutaria, adeguando lo statuto alle previsioni codicistiche”. Secondo il Ministero, dunque, la scadenza temporale del 2 agosto 2019 costituisce “il termine entro cui la suddetta modifica può essere adottata utilizzando le maggioranze ordinarie e quindi il termine entro cui l’organo competente può dispiegare il proprio potere deliberativo” e non quello “di completare entro la citata scadenza l’intero iter includendo anche l’approvazione prefettizia o della Regione/Provincia autonoma”.
Anche in questo caso, è utile ribadire che, benché sia condivisibile l’assunto secondo cui non è richiesto agli enti dotati di personalità giuridica di concludere entro il 2 agosto 2019 l’iter di approvazione presso le competenti sedi regionali o prefettizie, è ad ogni modo necessario che gli stessi completino gli adeguamenti statutari alla disciplina del Terzo settore entro la scadenza indicata.

 

La mancata osservanza del termine di 24 mesi non è, dunque, priva di conseguenze: si tratta, infatti, di un onere di adeguamento volto a consentire a tali enti di mantenere la qualifica di ETS e il rispetto dello stesso non è unicamente riconducibile alla mera possibilità di adeguare gli statuti attraverso la cd. “via semplificata”, costituita dalle modalità e maggioranze dell’assemblea ordinaria. Ciò significa che le ODV, le APS e le ONLUS che vogliano essere sicure di mantenere il proprio status di ETS sono tenute all’adeguamento statutario entro questo termine perentorio. Solo così possono sfuggire agli eventuali controlli delle amministrazioni regionali che gestiscono i registri regionali di ODV e di APS e dell’Agenzie che gestisce quello delle ONLUS.

 

Tale interpretazione sembra, invero, indirettamente confermata dallo stesso Ministero, che, nella sua circolare del 31 maggio 2019, si premura di sottolineare quanto segue: “naturalmente rimane del tutto impregiudicata la potestà delle amministrazioni che gestiscono i registri delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni di promozione sociale istituiti sulla base delle leggi n. 266/1991 e n. 383/2000 di adottare, ancor prima della trasmigrazione, eventuali provvedimenti di cancellazione dai rispettivi registri nei confronti di enti a carico dei quali siano state riscontrate situazioni di contrasto rispetto al quadro normativo risultante dalla vigente normativa di riferimento, alla luce del dettato del primo periodo dell’articolo 101, comma 2 del Codice”.

 

Non appare, dunque, consigliabile superare questa scadenza o scoraggiare l’adeguamento entro il termine indicato. Ciò non produce come unica conseguenza l’impossibilità di operare le modifiche statutarie avvalendosi dei quorum dell’assemblea ordinaria, ma potrebbe, altresì, mettere in discussione lo status di ente del Terzo settore, nonché la possibilità di beneficiare di un’ulteriore agevolazione, quella dell’esenzione dall’imposta di registro (prevista dall’art. 82, comma 3, CTS), riservata a chi opera l’adeguamento entro il 2 agosto 2019. Quest’ultimo aspetto non è di poco conto, considerando la perdita che subirebbero i numerosi ETS “chiamati” all’adeguamento, che, tradotta in cifre, equivarrebbe ad una somma complessiva che si aggirerebbe intorno ai milioni di migliaia di euro.
Sebbene il Ministero auspichi, in modo del tutto condivisibile, che la funzione di accertamento “circa la effettiva conformità degli statuti alle disposizioni del Codice” sia in qualche modo da attribuirsi al procedimento successivo alla trasmigrazione nel RUNTS, non si esclude, anche secondo l’orientamento espresso nella Circolare, che gli attuali uffici che gestiscono i registri di settore “equipollenti” al RUNTS possano, in concreto, procedere a verifiche ed emanare, eventualmente, provvedimenti di cancellazione qualora dovessero riscontrare difformità tra gli statuti e la nuova disciplina in materia di Terzo settore.

 

A fronte di tali considerazioni è, dunque, possibile concludere nel senso di ritenere che non v’è alcuna ragione concreta che, nonostante la perdurante inoperatività del RUNTS, possa indurre gli ETS già costituiti a non procedere all’adeguamento statutario nel termine del 2 agosto 2019.

 

Antonio Fici

Il 2 agosto 2019 e gli adeguamenti statutari degli enti del Terzo settore

Il 2 agosto 2019 (o, secondo alcuni, il 3 agosto 2019) è data nota negli ambienti del terzo settore, poiché costituisce una scadenza entro la quale gli enti dovranno adeguare i loro statuti alla nuova disciplina post riforma. Costituendo una scadenza (originariamente fissata al 2 febbraio 2019 e successivamente prorogata di sei mesi) per l’adempimento di un obbligo, essa desta molta preoccupazione, anche in ragione della confusione che molte volte regna sovrana nei medesimi ambienti relativamente a chi sia tenuto a fare cosa e come.

A) Cominciamo con l’esplorare il tema del “chi”, ovvero di quali sono gli enti obbligati a rispettare questo termine, a quali organizzazioni questa deadline si rivolga e da quali soggetti, dunque, essa debba essere osservata.

In primo luogo, essa riguarda soltanto gli enti costituiti prima del 3 agosto 2017, che è il giorno dell’entrata in vigore del Codice del Terzo settore. Solo gli enti preesistenti alla riforma devono rispettare questo termine di adeguamento, perché solo ad essi era stato concesso dal legislatore della riforma un periodo di tempo (di due anni) per adeguare i propri statuti alle nuove norme. Al contrario, gli enti costituiti a partire dal 3 agosto 2017 erano tenuti da subito, cioè sin dalla loro costituzione, a costituirsi con uno statuto conforme alla nuova disciplina, sicché per essi la scadenza del 2 agosto 2019 non ha senso alcuno.

In secondo luogo, gli enti obbligati sono soltanto quelli iscritti nei registri contemplati dalle discipline di settore precedenti al Codice, destinati ad essere rimpiazzati dal Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS), allorché quest’ultimo diverrà operativo. Pertanto, la scadenza del 2 agosto 2019 vale soltanto:

– per gli enti iscritti nei Registri delle organizzazioni di volontariato, tenuti dalle Regioni (e dalle Province Autonome) ai sensi dell’art. 6 della legge 266/1991;

– per gli enti iscritti nei Registri delle associazioni di promozione sociale, tenuti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (per le APS a carattere nazionale, le loro articolazioni territoriali e i loro circoli) o dalle Regioni (e Province Autonome), ai sensi dell’art. 7 della legge 383/2000; ed infine

– per gli enti iscritti nell’anagrafe delle ONLUS, tenuta dall’Agenzia delle Entrate, ai sensi dell’art. 11, d.lgs. 460/1997. 

In sostanza, sono tenute all’adeguamento degli statuti entro il 2 agosto 2019 soltanto le ODV, le APS e le ONLUS, costituite prima del 3 agosto 2017 ed iscritte nei relativi registri.

Questo termine non riguarda affatto né enti costituiti a partire dal 3 agosto 2017 (poiché essi dovrebbero già avere statuti “in regola”), né eventuali enti non iscritti nei registri sopra menzionati, né tanto meno enti (associativi o fondazionali) che nulla hanno a che fare con il terzo settore.

Il termine non riguarda nemmeno le imprese sociali e, tra esse, le cooperative sociali. Infatti, il termine di adeguamento statutario per le imprese sociali costituite prima dell’entrata in vigore del d.lgs. 112/2017, che oggi le regola (in luogo dell’abrogato d.lgs. 155/2006), è già scaduto. Esse erano tenute ad adeguare i propri statuti alla nuova disciplina entro il 18 gennaio 2019. Qualora non l’abbiano ancora fatto, pertanto, dovranno farlo al più presto, perché fino a questo momento non sono in regola con la nuova disciplina.

Per quanto concerne invece le cooperative sociali (costituite ai sensi della legge 381/1991), esse non sono tenute ad effettuare alcun adeguamento statutario, dal momento che le cooperative sociali sono imprese sociali di diritto (cfr. in questo senso la Circolare del MISE n. 3711/C del 2 gennaio 2019 e la nota del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in data 22 febbraio 2018).

Particolare, in questo quadro, è la posizione degli enti ecclesiastici (ovvero, come li chiama il legislatore della riforma del terzo settore, degli enti religiosi civilmente riconosciuti). Tali enti non sono di per sé enti del terzo settore, sicché ovviamente essi non hanno, in quanto tali, alcun dovere di adeguarsi alla riforma. Tuttavia, qualora tali enti abbiano costituito e registrato un “ramo ONLUS”, ai sensi dell’art. 10, comma 9, d.lgs. 460/1997, oppure un “ramo Impresa Sociale”, ai sensi dell’abrogato art. 1, comma 3, d.lgs. 155/2016, deve ritenersi che l’obbligo di adeguamento dei loro “rami” sussista. Obbligo da adempiersi entro il 2 agosto 2019 nel caso di “ramo ONLUS”, e che doveva adempiersi entro il 18 gennaio 2019 (dunque già scaduto) nel caso di “ramo Impresa Sociale”.

B) Il secondo tema è quello del “cosa” fare e “come” farlo.

Entro il 2 agosto 2019, gli enti obbligati (cioè ODV, APS ed ONLUS, nonché gli enti ecclesiastici che abbiano costituito un “ramo ONLUS”) sono tenuti a modificare il proprio statuto (gli enti ecclesiastici il “regolamento” del ramo) in modo tale da adeguarlo alla nuova disciplina del terzo settore. Le modifiche statutarie, com’è noto, richiedono una delibera dell’assemblea degli associati che le approvi e le adotti. Usualmente l’assemblea che approva le modifiche è un’assemblea “straordinaria” perché per essa, in considerazione dell’oggetto “straordinario” su cui è chiamata a deliberare, la legge e gli statuti richiedono maggioranze “rafforzate” rispetto all’assemblea “ordinaria”, che è invece chiamata ad esprimersi su vicende “ordinarie” come la nomina degli amministratori o l’approvazione del bilancio annuale. Tuttavia, l’art. 101, comma 2, CTS, consente agli enti obbligati ad adeguare i loro statuti entro il 2 agosto 2019 di deliberare le modifiche con assemblea “ordinaria”. L’assemblea ordinaria è possibile, pero, soltanto in presenza di due condizioni:

– che la delibera avente ad oggetto le modifiche sia adottata entro il 2 agosto 2019, e

– che, come stabilisce l’art. 101, comma 2, CTS, le modifiche siano necessarie per adeguare gli statuti “alle nuove disposizioni inderogabili” oppure per introdurre in essi “clausole che escludono l’applicazione di nuove disposizioni derogabili mediante specifica clausola statutaria”.

Ne consegue che, da un lato, superato il termine del 2 agosto 2019, non sarà più possibile adeguare gli statuti mediante assemblea ordinaria; dall’altro lato, anche prima del 2 agosto 2019, sarà comunque necessaria una delibera di assemblea straordinaria se si approvano modifiche diverse da quelle di cui all’art. 101, comma 2, cioè modifiche non obbligatorie (per conformare lo statuto a norme imperative o cogenti di legge) o non necessarie ad evitare l’applicazione di nuove norme (dispositive o suppletive) del Codice del terzo settore. Per fare alcuni esempi, l’introduzione dell’acronimo “APS” nella denominazione di un’associazione iscritta nei registri di cui alla legge 383/2000 potrà farsi con assemblea ordinaria entro il 2 agosto 2019; mentre il cambiamento della sede legale in un diverso comune dovrà sempre farsi con assemblea straordinaria, anche se operato in concomitanza con le modifiche rese necessarie dalla riforma del terzo settore e prima del 2 agosto 2019.

Non è sempre vero che l’eventuale delibera richieda l’intervento del Notaio. Così è solo nel caso in cui l’ente che debba modificare lo statuto sia un ente (già) dotato di personalità giuridica, cioè iscritto nel registro prefettizio o in quello regionale delle persone giuridiche, istituiti ai sensi del d.P.R. 361/2000. In tal caso, peraltro, le modifiche statutarie dovranno anche essere approvate dall’autorità pubblica competente (prefettura o Regione, a seconda del registro in cui l’ente sia iscritto). Non è necessario, però, che tale approvazione pervenga prima del 2 agosto 2019 (poiché quel che è sufficiente è che la modifica sia deliberata dall’assemblea prima di tale termine).

Nel caso di enti iscritti nell’anagrafe delle ONLUS, le modalità di adeguamento statutario sono più particolari alla luce del fatto che la disciplina ONLUS è ancora in vigore (sarà abrogata solo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello di operatività del RUNTS: se dunque il RUNTS sarà operativo nel 2020, la disciplina ONLUS perderà efficacia dal 1° gennaio 2021). L’Agenzia delle Entrate, in un appuntamento con il “Telefisco” del febbraio 2019, ha chiarito che tali enti devono adeguarsi alla riforma del terzo settore entro il 2 agosto 2019, ma devono subordinare l’efficacia delle modifiche statutarie alla decorrenza del termine di cui all’art. 104, comma 2, CTS, cioè “al periodo di imposta successivo all’autorizzazione della Commissione europea di cui all’articolo 101, comma 10, e, comunque, non prima del periodo di imposta successivo a quello di operatività del predetto Registro”.

La delibera dell’assemblea dovrà quindi essere successivamente registrata presso l’Agenzia delle Entrate. A tal riguardo, si fa presente che gli enti obbligati – in forza del combinato disposto degli articoli 82, commi 2 e 5, e 101, comma 2, CTS – godono dell’esenzione dall’imposta di registro e dall’imposta di bollo.

Necessaria sarà inoltre la trasmissione del modello EAS all’agenzia delle Entrate, dal momento che tale obbligo di presentazione è ancora in vigore per gli enti del terzo settore (la sua abrogazione, prevista dall’art. 94, comma 4, CTS, avverrà solo quando il RUNTS diventerà operativo).

C) Quali conseguenze seguono all’eventuale mancato rispetto del termine del 2 agosto 2019?

L’obbligo di adeguamento è un obbligo di legge dalla cui violazione deriva un’irregolarità dell’ente rispetto alla nuova disciplina che potrebbe anche incidere sul mantenimento della qualifica di ente del terzo settore in capo all’ente non ottemperante (e dunque sulla conservazione della sua iscrizione nei registri ONLUS, ODV e APS). Di certo v’è che, superato il 2 agosto 2019, non sarà più possibile per gli enti modificare gli statuti con delibera di assemblea ordinaria. Non dovrebbe invece perdersi il beneficio fiscale dell’esonero dall’imposta di registro se le modifiche statutarie intervengono dopo il 2 agosto 2019, ma opportuna cautela impone di rispettare quest’ultimo termine anche per poter con certezza usufruire di questa agevolazione.

D) Per approfondire il tema è necessaria la lettura della Circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali n. 20 del 27/12/2018. Di specifico interesse sono anche la Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 158/E del 21/12/2017 e lo studio del Consiglio Nazionale del Notariato n. 72-2018/T del 15/6/2018 intitolato La tassazione degli atti degli enti del terzo settore (ETS): le imposte indirette, nonché la Circolare del MISE n. 3711/C del 2 gennaio 2019 e la nota del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in data 22 febbraio 2018. Per un inquadramento generale della riforma del terzo settore, si rinvia al volume La riforma del terzo settore e dell’impresa sociale. Una introduzione, a cura di Antonio Fici, edito dalla Editoriale Scientifica, Napoli, 2018.

Antonio Fici

Fondazioni: esercizio di attività d’impresa e sponsorizzazioni

Una fondazione mi riferisce di essersi vista opporre da una pubblica amministrazione il dubbio sulla effettiva sussistenza il requisito della mancanza di fine lucro per aver aperto la partita IVA sia pure al solo scopo di poter emettere fattura per alcune sponsorizzazioni ricevute.

 

Si tratta di una tesi non sostenibile, ma la cui infondatezza merita di essere argomentata sia per la qualità di chi l’ha sostenuta sia per prevenire il consolidamento di equivoci che, sia pure indirettamente, possano interferire negativamente sulle attività di interesse generale esercitate da soggetti a natura fondazionale.

 

1. L’esercizio di una attività economica da parte di una Fondazione

 

La dottrina giuridica e la giurisprudenza hanno sempre ammesso che l’esercizio di attività d’impresa non richieda affatto il c.d. “scopo di lucro soggettivo” (inteso come l’intento dell’imprenditore di far propri gli utili conseguiti), e neppure che l’attività venga svolta con modalità che tendano a realizzare ricavi eccedenti i costi (cc.dd. metodo lucrativo o scopo di lucro oggettivo), ritenendo a tal fine sufficiente il mirare all’autosufficienza economica (c.d. “criterio di economicità”) (Cfr., per tutti, Campobasso G.F., Associazioni ed attività d’impresa, in Riv. Dir. Civ. 1994, II, 584; Cass. 6 agosto 1979 n. 4558 in Giust. Civ. 1980, I, 2267; Cass. Civ. Sez. Un. 11 aprile 1994 n. 3353, in Dir. Eccl. 1995, II, 463, con nota di Antonio Fucillo).

 

Ne deriva che nessuna preclusione giuridica sussiste non solo a che una fondazione svolga attività di natura commerciale, ma addirittura a che la svolga in forma imprenditoriale.
Anzi, già Costi (Fondazione ed Impresa, in Riv. Dir. Civ., 1968, I, 6-7) vedeva nella diffusione dello strumento della fondazione-imprenditore il veicolo per l’affermazione delle teorie istituzionalistiche dell’impresa: “essendo infatti la gestione legata ad uno scopo, statutariamente fissato e sottratto alla disponibilità dei gestori, l’organismo imprenditoriale non è più esposto al pericolo d’essere distolto dal perseguimento dello scopo cui rimane necessariamente vincolato”.

 

L’entrata in vigore del D. Lgs. 24.03.2006 n. 155 (Disciplina dell’impresa sociale) ha confermato il consolidato orientamento dottrinario e giurisprudenziale riconoscendo anche agli enti di cui al libro I° del Codice Civile di poter assumere la qualifica di impresa sociale.
Sul piano dommatico, pertanto, la distinzione tra attività istituzionale ed attività commerciale non appare rilevante. Infatti, secondo l’orientamento dottrinario e giurisprudenziale affermatosi:
– la fondazione non può che operare nel rispetto dei vincoli statutari e di scopo che le sono propri;
– nel perseguimento dei propri fini essa può svolgere attività di natura commerciale sia in via accessoria e strumentale che in via principale od esclusiva;
– ciò che rileva è che essa, anche laddove assuma la qualifica di imprenditore, non si proponga lo scopo di lucro soggettivo;
– le attività concretamente poste in essere, in quanto siano coerenti e funzionali con lo scopo della fondazione, hanno sempre natura istituzionale, potendo eventualmente anche qualificarsi come attività imprenditoriali commerciali ove siano poste in essere con criteri economici ed in via professionale. Una tale eventualità, tuttavia, non interferisce sulla soggettività giuridica propria della fondazione, ma imporrà solo di adeguare la propria organizzazione ed il proprio modus operandi allo statuto dell’imprenditore.

 


2. L’esercizio di attività economica da parte di un ente di Terzo settore

 

In un tale quadro tradizionale si è inserito il nuovo assetto giuridico derivante dalla Riforma del Terzo settore: D. Lgs. n. 112/2017 recante “Revisione della disciplina in materia di impresa sociale” e D. Lgs. n. 117/2017 recante il “Codice del Terzo settore”.

 

Secondo l’impostazione generale voluta dal legislatore della Riforma, affinché un ente possa qualificarsi di Terzo settore deve (cfr. art. 4, comma 1, CTS):
a) avere forma di organizzazione di volontariato, associazione di promozione sociale, ente filantropico, impresa sociale, rete associativa, società di mutuo soccorso, associazioni riconosciute e non, fondazioni;
b) perseguire finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale;
c) non avere fine di lucro;
d) svolgere un’attività di interesse generale;
e) essere iscritto al Registro unico nazionale del Terzo settore.
Gli enti di Terzo settore che svolgono le attività di interesse generale con modalità imprenditoriale, senza scopo di lucro, possono assumere la speciale qualifica di impresa sociale (che trova disciplina nel D. Lgs. n. 112/2017).

 


3. Ente di Terzo settore commerciale e non commerciale

 

Una tale impostazione generale, tuttavia, non esclude per gli enti di Terzo settore che non intendano assumere la qualifica di impresa sociale, la possibilità di svolgere attività economica.
Ciò emerge chiaramente dal tenore dell’art. 79, comma 2, del CTS che, introducendo il regime fiscale per gli enti di Terzo settore “diversi dalle imprese sociali” (cfr. comma 1), espressamente dispone che “Le attività di interesse generale di cui all’art. 5 (…) si considerano di natura non commerciale quando sono svolte a titolo gratuito o dietro versamento di corrispettivi che non superano i costi effettivi (…)”.

 

Considerando una tale disposizione resta, quindi, confermato che:
a) ciò che qualifica l’ente di Terzo settore è l’oggetto dell’attività svolta (che deve essere di interesse generale ai sensi dell’art. 5 CTS) e la mancanza del fine di lucro con cui essa viene svolta (requisito definito all’art. 8 CTS);
b) ai fini dell’applicazione dello speciale regime fiscale di favore, l’ente deve qualificarsi come non commerciale secondo la previsione del comma 2 dell’art. 79 CTS (l’attività di interesse generale deve essere svolta o a titolo gratuito o anche dietro corresponsione di corrispettivo purché questi non superino i costi effettivi);
c) l’elemento scriminante, pertanto, è il rapporto tra corrispettivi incassati e costi sostenuti e non necessariamente la gratuità dell’attività prestata;
d) laddove, invece, per l’attività di interesse generale i corrispettivi superino i costi di più del 5%, a venir meno non è la qualifica di ente di Terzo settore, ma solo il diritto a valersi dello speciale regime fiscale ivi previsto.

 

Per espressa previsione dell’art. 79, comma 5, CTS, i proventi eventualmente derivanti da sponsorizzazione non sono considerati di natura commerciale ai fini dell’individuazione del regime fiscale applicabile.
E poiché, sia i corrispettivi derivanti dalle attività di interesse generale che rientrino entro i criteri di non commercialità fissati, sia i proventi da sponsorizzazioni (che ai particolari fini fiscali non rientrano tra quelli di natura commerciale) in via ordinaria devono essere accompagnati da fattura, il possesso della partita IVA in sé non è titolo né per qualificare l’ente come avente finalità speculativa (poiché, per l’ente di Terzo settore tale finalità è preclusa) né per qualificare come commerciale (pur ai soli fini fiscali) l’attività svolta dall’ente medesimo.

 

Lorenzo Pilon

La “new social economy” di Francesco per i giovani

Ieri 14 maggio 2019 si è svolta nella sala stampa della Santa Sede la conferenza di presentazione di “The Economy of Francesco”, festival che si terrà dal 26 al 28 marzo 2020. L’evento è organizzato da un Comitato composto dalla Diocesi di Assisi, dal Comune di Assisi, dall’Istituto Serafico di Assisi e da Economia di Comunione, e vi parteciperanno più di 500 giovani sotto i 35 anni di età provenienti da tutto il mondo.

 

Dopo la lettera-appello, di Papa Francesco, “Ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo” pubblicata lo scorso sabato, viene ribadita la volontà di far emergere i giovani nel tessuto sociale di appartenenza affinché sia stipulato un “patto” conclusivo che affronti i temi economici più rilevanti promuovendo soluzioni concrete per il pianeta.

 

Come dichiarato dal prof. Luigino Bruni, ordinario di Economia politica all’Università Lumsa e consultore del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita: «Sarà un festival dell’economia dei giovani con il Papa, giovani già imprenditori e dottorandi o ricercatori, una via di mezzo tra Greta Thunberg e i potenti della terra».

 

La tre giorni di lavori si svolgerà con un metodo di confronto e dialogo tra pari, saranno i giovani ad essere i protagonisti e a dover presentare un vademecum utile ad indirizzare l’operato dei capi di Stato e dei grandi imprenditori. Questo anche grazie al messaggio di San Francesco d’Assisi e alla sua idea di economia per il sociale spiegata e messa in pratica ancor oggi. Inoltre l’invito del Papa coincide con i 40 anni dalla proclamazione del Santo tra i custodi dell’ecologia.

 

La proposta tiene conto dei giovani e dell’accordo con il Santo Padre necessario per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani.
I Pilastri fondamentali di questo cambiamento dovranno essere quello della giustizia, della inclusione sociale e della sostenibilità ambientale e culturale, tre ambiti fondamentali che rientrano a pieno nella nuova disciplina del Terzo settore e che riguardano a vario titolo le attività di interesse generale per tutti gli Enti e i soggetti coinvolti.

 

L’economia che propone Papa Francesco rivolge un invito a tornare al vero senso dello scambio di beni e servizi per quel che riguarda la gestione delle risorse della comunità di persone affinché venga promosso il bene comune di tutti i soggetti interessati (pensiamo alle persone bisognose così come agli stessi volontari impegnati in diversi compiti e azioni di pura liberalità).

 

L’economia vista come gestione delle risorse in maniera integrata al contesto sociale e culturale di riferimento, e compartecipata tra le istituzioni e gli attori pubblici e privati direttamente coinvolti.
Occorre ripartire dal pensiero di San Francesco e dalla sua concezione di economia di mercato per fare in modo che si realizzi una buona società che riparta dalle persone vulnerabili e da nuovi ambiti di sviluppo sociale e civile spesso trascurati dagli organismi con autorità finanziaria e politica.
Gli strumenti giuridici e le linee guida ci sono, bisogna attingere da questo fiorente bacino per creare i costituenti e i fattori di crescita per la società di domani.

 

Giovanni Giudetti

“Colloquio scientifico sull’impresa sociale”, a Roma il 24 e il 25 maggio

Nella turbinosa fase di sviluppo del Terzo settore, che potrà trarre ulteriore slancio dalla messa a regime della normativa del Codice, non va sottovalutato un profilo che, nel corso degli ultimi tre decenni, ha giocato un ruolo di tutto rilievo. Mi riferisco alle attività di studio e ricerca scientifica che, ancorate soprattutto ad alcuni atenei ed in costante collegamento con i centri studi di altri paesi, hanno accompagnato il definirsi e l’affermarsi del Terzo settore. Grazie ad un gruppo di accademici e ricercatori che nel corso degli anni si sono impegnati su diversi fronti di studio – economico, sociologico, giuridico, istituzionale, storico – per il Terzo Settore è stato possibile acquisire conoscenza, legittimazione, comprensione critica, proposte di indirizzo, prospettive strategiche.

 

È fondamentale che un simile contributo abbia la possibilità di crescere nei prossimi anni. Che nuovi studiosi e centri di studio e ricerca si aggiungano a quelli già attivi. Che anche nell’accademia gli studi sul Terzo settore si diffondano e sappiano offrire a chi opera sul campo una visione anche critica, insieme ad approfondimenti e proposte con le quali confrontarsi. Perciò risulta essere importante l’aggiornamento riguardo a quanto si sta muovendo. E quale momento migliore dell’annuale Colloquio scientifico organizzato da IrisNetwork per avere il polso dello stato degli studi sull’impresa sociale?

 

Giunto alla tredicesima edizione, seguendo una opportuna tradizione peripatetica che lo sta conducendo, anno dopo anno, nei vari atenei del nostro paese, quest’anno approderà il 24 e il 25 maggio all’Università di Tor Vergata. Un programma molto denso vedrà oltre 100 studiosi confrontarsi nei momenti di plenaria e in 12 sessioni parallele, nel corso delle quali verranno presentati i 37 paper selezionati dal Comitato scientifico di IrisNetwork, a seguito della call lanciata alla fine del 2018.

 

Scorrere i temi proposti negli studi che verranno presentati è particolarmente interessante. Saranno approfondite questioni relative alla sostenibilità e nuovi modelli di business, con un occhio rivolto ai rapporti con le altre forme di organizzazione economica ed una serie di affondi circa l’evoluzione della finanza che opera specificamente a sostegno dell’impresa sociale e circa la comunicazione sociale come motore di trasformazione. Il tema della valutazione d’impatto sarà esaminato nei vari aspetti teorici e pratici che lo caratterizzano, anche in confronto con le dinamiche emergenti a livello internazionale. Naturalmente molti contributi riguarderanno i rapporti tra imprenditoria sociale, pubblica amministrazione e sviluppo locale, anche alla luce della nuova normativa del Codice e delle potenzialità che essa dischiude.

 

La prima sessione in plenaria, oltre a fare il punto, a partire da una relazione del prof. Musella, presidente di IrisNetwork, sullo stato degli studi in materia di impresa sociale, approfondirà, con la prof.ssa Mara Airoldi dell’Università di Oxford in veste di keynote speaker, il tema degli outcome found nella relazione tra IS e PA. La seconda plenaria, invece, sarà dedicata ad esaminare, con un diversificato panel di interventi, le potenzialità e i limiti del Fondo per l’innovazione sociale in corso di attivazione. Nell’insieme due giorni di grande interesse, che sicuramente offriranno spunti e stimoli che sarà importante diffondere e sui quali torneremo.

 

Felice Scalvini