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Enti religiosi cattolici. Alcuni nodi equivoci che possono renderne difficile l’ingresso nel Terzo settore

La regolamentazione giuridica del Terzo settore sarebbe stata carente ed incompleta se non avesse tenuto conto delle attività di interesse generale svolte dagli enti religiosi civilmente riconosciuti e ciò per l’evidente rilievo qualitativo e quantitativo di esse.
La natura confessionale degli enti religiosi e la conseguente loro autonomia ordinamentale solennemente affermata agli art. 7 ed 8 della Costituzione, tuttavia, introducono dei problemi di collegamento tra ordinamenti e di coordinamento tra le rispettive norme che il legislatore della Riforma non ha avuto, forse, tempo e possibilità di affrontare in modo sempre adeguato.
Ed, in effetti, vi sono punti della nuova normativa che, o perché non hanno considerato la specificità giuridica dell’ente religioso civilmente riconosciuto, o perché carenti di nome di coordinamento con l’ordinamento confessionale o per altri motivi, lasciano scoperti di disciplina alcuni delicati aspetti applicativi o introducono situazioni giuridiche equivoche o possibili di interpretazioni fuorvianti.
Una tale situazione, aggiunta all’incertezza tuttora esistente sui contenuti finali e sui tempi di entrata in vigore del particolare regime fiscale applicabile, potrebbe avere come effetto immediato di scoraggiare molti enti religiosi dall’entrare nel perimetro del Terzo settore.
Indicherò di seguito solo i primi e principali ambiti problematici come percepiti in modo empirico dai contatti avuti con alcuni enti religiosi cattolici, limitandomi a delineare l’aspetto di problematicità applicativa e rinviando a sedi più appropriate ogni approfondimento tecnico–giuridico.
Prima di procedere a tale elencazione è, comunque, opportuno ricordare come il legislatore della Riforma abbia voluto, da un lato, che per ciascun ente l’assunzione della qualifica di ETS sia facoltativa e non obbligatoria e, dall’altro, che per gli enti religiosi civilmente riconosciuti una tale qualifica riguardi non l’ente ma suoi specifici rami di attività di interesse generale.

 

1. Attività istituzionali ed attività di interesse generale
L’art. 4, comma 3, del CTS precisa che “Agli enti religiosi civilmente riconosciuti le norme del presente decreto si applicano limitatamente allo svolgimento delle attività di cui all’articolo 5” a condizione che per tali attività: (i) adottino un regolamento che recepisca le norme del CTS “ove non diversamente previsto ed in ogni caso nel rispetto della struttura e delle finalità dell’ente”; (ii) costituiscano un patrimonio destinato; (iii) tengano scritture contabili separate.
In forza di tale previsione, l’ente che decidesse di entrare nel perimetro della Riforma dovrebbe strutturarsi in modo da avere un ramo di attività istituzionali ed uno o più rami di attività di Terzo settore.
Tuttavia, una tale netta distinzione organizzativa, patrimoniale e contabile risulta quanto mai difficile quando per un ente ecclesiastico il carisma che lo caratterizza (e che lo qualifica sul piano istituzionale) si realizza attraverso attività perfettamente coincidenti e sovrapponibili con quelle di interesse generale.
Si pensi alle Congregazioni religiose votate all’educazione scolastica, alla cura degli infermi, all’accoglienza dei migranti, alla carità verso i poveri e gli emarginati.
In tali situazioni molte volte il confine tra i “rami di attività” è così labile da rischiare di travolgere (fuorviandola) la specifica natura confessionale dell’ente e la sua, conseguente, autonomia ordinamentale.

 

2. Il regolamento del ramo
Il secondo aspetto potenzialmente problematico riguarda l’obbligo di autoregolamentazione del ramo di attività di interesse generale imposto dall’art. 4 del CTS sopra citato quale condizione di accesso al perimetro del Terzo settore.
La funzione del regolamento è quella di recepire, con riguardo al ramo, le norme del CTS “ove non diversamente previsto ed in ogni caso nel rispetto della struttura e delle finalità dell’ente”.
Il doppio ordine di deroga all’obbligo di recepimento riguarda, da un lato, quegli aspetti che lo stesso CTS dichiara espressamente non applicabili agli enti religiosi (ad es. art. 12, comma 2) e dall’altro quegli altri aspetti nei quali, pur in mancanza di una espressa norma derogativa, l’applicazione della specifica disciplina sul Terzo settore andrebbe in contrasto con la tutela della struttura e funzione proprie dell’ente religioso.
Ed è su questa seconda categoria di possibilità derogativa che, appunto perché non definita, potrebbe sorgere contrasto tra la valutazione svolta dall’ente in sede di autoregolamentazione e quella che potrà essere svolta in sede di controllo ai sensi dell’art. 93.

 

3. Il patrimonio destinato
Altra condizione necessaria per poter attivare un ramo ETS è l’obbligatoria costituzione di un patrimonio destinato all’attività di interesse generale svolta dal ramo medesimo.
In via generale, si ripropone la questione di fondo (già indicata al punto 1) per quegli enti per i quali, a seguito del particolare carisma, fine istituzionale ed attività di interesse generale si sovrappongono.
Ma la questione in concreto più rilevante riguarda il regime giuridico della responsabilità per l’ente che abbia attivato il ramo ETS. Ovvero: per le obbligazioni assunte nell’esercizio delle attività del ramo l’ente risponde solo con il patrimonio destinato (come sarebbe logico aspettarsi), o non risponde invece con l’intero suo patrimonio (come invece sembrerebbe emergere dall’interpretazione letterale della norma)?

 

4. L’utilizzo del risultato d’esercizio
L’art. 8 del CTS sulla destinazione del patrimonio “comprensivo di eventuali ricavi, rendite, proventi, entrate comunque denominate” costituisce una delle norme caratterizzanti il Terzo settore. Quanto in esso previsto è, pertanto, intuitivo debba essere recepito all’interno del regolamento del ramo.
Il problema si pone per quegli enti ecclesiastici nei quali maggiore è la contiguità tra attività carismatica ed attività di interesse generale, in quanto attraverso le entrate derivanti da quest’ultima (gestione di scuole, di ospedali, di strutture di accoglienza) essi contribuiscono a sostenere in tutto o in parte anche l’attività di tipo istituzione (esigenze di vita della casa religiosa, promozione del carisma, sostegno dei religiosi malati o anziani, etc.).

Entrando, poi, nello specifico applicativo, questioni più tecniche ma di grande rilievo operativo e pratico si pongono con riguardo alle regole sulla governance e sui controlli degli ETS allorché le si pongano in relazione con l’autonomia giuridico-strutturale propria dell’ente confessionale.
In un tale quadro, sarebbe auspicabile fosse il legislatore a fornire elementi di maggior chiarezza per non correre il rischio di vedere sfumare l’utile apporto degli enti religiosi fin dalla prima attuazione della Riforma.

 

Lorenzo Pilon

Diritti Umani, Pace e Terzo settore

Spiegare la pace non è così semplice. In modo immediato e intuitivo essa è intesa come il contrario della guerra o più in generale del conflitto che può riguardare ogni ambito del vivere sociale: rapporto interpersonale, identità contrapposte, eserciti e combattenti schierati. Ma la pace è molto di più. Può essere certamente una dimensione della politica di un Paese o restare solo un obiettivo della vita in comune tra gli Stati, magari degli «Stati amanti della pace» (come recita la Carta delle Nazioni Unite), con un significato teorico e un approccio pratico. La definizione diventa più articolata quando si fa riferimento alla possibilità di costruire la pace. Quest’ultima, infatti, è costituita da molteplici elementi, spesso tra loro inizialmente inconciliabili, ma che poi riescono a unirsi come effetto di azioni comuni tra i protagonisti della vita di relazione. Sono molteplici gli elementi che concorrono a determinare condizioni di pace. Sicurezza, disarmo, primato delle regole, sviluppo, diritti umani, migrazioni, salute, educazione sono soltanto alcuni tra i tanti fattori concorrenti a costruire la pace, come dimostra l’attenzione a livello internazionale e nazionale per questi obiettivi.

 

Questa premessa contribuisce, dunque, a superare il tradizionale approccio legato al binomio pace-guerra. Lo evidenzia anche l’azione delle diverse Istituzioni intergovernative che, di fronte alle nuove sfide, coniuga le aspirazioni alla pace al desiderio di promozione dei tanti fattori concorrenti. L’approccio utilizzato è, quindi, trasversale cross-cutting e considera la pace non come la situazione alternativa al conflitto, ma come la sua prevenzione o la sua soluzione. A tal proposito diventa qualcosa che investe tutti i livelli della società, iniziando da quelli individuali legati alla formazione. Non a caso, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 si fa riferimento a condizioni di vita pacifiche. E nel 2016 con un’apposita Dichiarazione adottata dall’ONU, il diritto alla pace è diventato un obbligo rivolto a tutti gli Stati, poiché si fonda sui valori essenziali dell’umanità che sono presenti in tutte le culture, le religioni e le filosofie.

 

La pace va, quindi, interpretata nel contesto interculturale, è un fattore sociale contingente che necessita di processi educativi ad hoc. Da qui, emerge l’esigenza di formare ed educare alla pace in modo tale che essa cessi di essere uno slogan e diventi un vero e proprio impegno a trasformare le persone, gli assetti sociali, gli ordinamenti giuridici, le istituzioni, le condizioni economiche favorendo così il dialogo, la comprensione, la gratuità, l’unità con gli altri, anche con i nemici.

 

A questo vuole rispondere l’intuizione di papa Francesco che ha istituito presso l’Università Lateranense un Corso di studi sulla pace per formare «operatori di pace». Inserito nei percorsi di studio in scienze politiche, presente anche nelle Università italiane e estere, il Ciclo propone una laurea triennale in Scienze della pace e una laurea magistrale in Scienze della pace e cooperazione internazionale, per preparare funzionari e mediatori internazionali, futuri diplomatici, esperti di peacemaker, operatori negli scenari del post- conflitto, responsabili del Terzo settore. In un mondo che a causa della frammentazione esistente e crescente va delineandosi come ormai post-globale, c’è estremo bisogno che le giovani generazioni imparino e si formino all’idea che la violenza non è la cura, ma solo il modo per creare e combattere il nemico. Se correlato a tale logica lo studio della pace nelle sue diverse angolature può superare la violenza delle armi o la violazione dei diritti. Spetta a ognuno, singolarmente e “a corpo”, non restare più testimoni sorpresi per quanto accade nel nostro piccolo o grande mondo quotidiano; o di gridare allo scandalo pensando che la soluzione spetti ad altri. La pace dipende da me, da noi.

 

Vincenzo Buonomo

Futuro del lavoro e Terzo settore

L’ILO – International Labour Organisation dal quartier generale di Ginevra e dalle varie sedi sparse nel mondo lavora su scala globale per la tutela e la promozione del lavoro. Per celebrare il raggiungimento del secolo di attività, ha deciso di organizzare la “Future of Work Centenary Initiative” coinvolgendo accademici, governi, sindacati e organizzazioni dei lavoratori in una riflessione globale sul futuro del lavoro che si conluderà quest’anno con una grande Conferenza Internazionale. Nell’ambito di questo programma di approfondimento e dibattito, un focus specifico è stato dedicato a quella che l’ILO definisce come “Economia Sociale e Solidale (ESS)” e che coincide, nel nostro paese, con l’universo degli ETS e delle cooperative.

 

Il risultato è uno studio di grande interesse su “L’economia sociale e solidale e il futuro del lavoro” realizzato qualche tempo fa dai ricercatori di Euricse, guidati dal prof. Borzaga ed ora disponibile anche in italiano. In esso, con abbondanza di dati e riferimenti teorici ed esperienziali, si evidenzia come le organizzazioni dell’ESS possono aiutare a creare e preservare l’occupazione e contribuire a promuovere un lavoro dignitoso, stabile e di qualità, facilitando l’entrata delle donne e integrando soggetti deboli e svantaggiati.

 

Il futuro del lavoro sarà caratterizzato da trend che appaiono sin d’ora evidenti: i cambiamenti tecnologici; la ridefinizione della quantità e della qualità del lavoro; il legame tra l’emersione di nuovi bisogni sociali e la creazione di nuovi posti di lavoro. Di fronte a queste dinamiche le organizzazioni dell’ESS presentano caratteristiche che le mettonno in grado, più delle forme d’impresa tradizioneli, di cogliere le opportunità occupazionali e di tradurle in lavoro diffuso e dignitoso.

 

Il rapporto fornisce robuste argomentazioni e illustra molteplici esperienze, provenienti dai più diversi paesi del globo, a sostegno di questa tesi, non rinunciando a sottolineare le sfide in corso ed i potenziali problemi, legati principalmente al rischio di perdità di specificità e di annacquamento delle caratteristiche peculiari delle organizzazioni dll’ESS; al sistema dei rapporti con le pubbliche amministrazioni; al rischio di restare confinate in attività a basso valore.

 

Per queste ragioni è vitale costruire un ecosistema che fornisca sostegno all’Economia Sociale e Solidale e la metta in condizione di dispiegare appieno le potenzialità che la caratterizzano, permettendole così di contribuire in modo significativo allo sviluppo economico, alla creazione di occupazione e al miglioramento diffuso della qualità della vita. Per il profilo normativo di questo “ecosistema “da costruire, l’Italia, col Codice del Terzo settore, si colloca tra i paesi all’avanguardia, ma ancora molto resta da fare sapendo che sarà possibile contare anche sul supporto dell’ILO e della sua azione di stimolo e legittimazione.

 

Felice Scalvini

Quale ente del Terzo settore? Ragioni e necessità di una formazione ad hoc

La riforma del 2017 ha messo a disposizione di tutti coloro che sono interessati a costituire un ente rientrante nel perimetro del Terzo settore un “menù” di modelli organizzativi tra cui è possibile (ed allo stesso tempo necessario) scegliere. Alla domanda “se costituire un ente del Terzo settore” fa dunque inevitabilmente seguito quella: “quale ente del Terzo settore”?

 

La domanda, a ben vedere, non riguarda soltanto i cittadini interessati a costituire un ente del Terzo settore, ma varie ulteriori categorie di soggetti. Riguarda, in prima battuta, gli enti già esistenti e collocabili nel Terzo settore, poiché anche per essi si pone l’alternativa tra rimanere ciò che attualmente sono o assumere una diversa forma organizzativa del Terzo settore. Riguarda, inoltre, tutti coloro che a vario titolo intrattengono rapporti con gli enti del Terzo settore, dai lavoratori, ai volontari, ai donatori e sostenitori, ai finanziatori, alle pubbliche amministrazioni, ai fornitori di beni o servizi “dedicati” o specializzati” nel Terzo settore. Tutti costoro dovranno porsi la domanda: “a quale ente del Terzo settore fare riferimento”? “Con quale ente del Terzo settore intrattenere relazioni”?

 

Il Codice del Terzo settore individua infatti sette tipologie diverse di enti del Terzo settore, che pur avendo un DNA comune si distinguono tra di loro per uno o più tratti. caratteristici A ciascuna tipologia corrisponde una specifica sezione dell’istituendo Registro Unico Nazionale del Terzo settore (RUNTS), che è infatti suddiviso in sette sezioni, tante quante sono le tipologie di enti del Terzo settore.

 

Queste tipologie sono:

 

1. Organizzazioni di volontariato (ODV)

2. Associazioni di promozione sociale (APS)

3. Enti filantropici

4. Imprese sociali (e tra esse le cooperative sociali che sono imprese sociali di diritto)

5. Società di mutuo soccorso

6. Reti associative (e tra esse quelle “nazionali”)

7. Altri enti del Terzo settore

 

L’approccio al Terzo settore può dunque essere generico o più specifico rivolgendosi ad una o più tipologie di enti del Terzo settore. E l’approccio specifico può variare a seconda della tipologia di ente del Terzo settore interessato, poiché queste tipologie, come si poneva sopra in evidenza, sono tra loro diverse. Di conseguenza, una cosa è ad esempio offrire servizi, volendo anche assicurativi, ad una ODV, altra cosa ad un’impresa sociale, perché ODV ed impresa sociale sono tipologie organizzative del Terzo settore molto diverse tra di loro.

 

Tutti coloro che sono interessati al Terzo settore devono dunque sempre più avvertire la necessità di conoscere non solo il Terzo settore in sé, nelle sue caratteristiche generali, ma anche le singole tipologie organizzative che si muovono al suo interno. Per poter effettuare scelte consapevoli, devono ad esempio sapere che una ODV conduce le proprie attività mediante modalità essenzialmente gratuito-erogative ed impiegando prevalentemente volontari rispetto a dipendenti. Laddove, invece, un’impresa sociale svolge attività commerciali di interesse generale e può anche (se costituita in forma societaria) distribuire limitatamente utili ai soci a titolo di remunerazione del capitale conferito.

 

In ragione di questa necessità, Cattolica Assicurazioni sta organizzando un percorso formativo in cui il ruolo dei singoli “soggetti” del Terzo settore assumerà piena centralità. La riforma vista dalla prospettiva dei suoi soggetti specifici sarà infatti la chiave di lettura di un nuovo ciclo di seminari formativi.
Tale percorso – la cui data di avvio prevista è il 28 ottobre a Verona, presso l’Auditorium Bisoffi di Cattolica Assicurazioni – analizzerà la riforma del Terzo settore in prospettiva soggettiva, al fine di approfondire singoli aspetti e profili collegati alle specificità di ciascun tipo di ente del Terzo settore.

 

Si tratta di un secondo percorso formativo dopo quello del 2017-2018 che ha avuto ad oggetto i lineamenti generali della riforma, riscontrando un ampio successo. Anche il nuovo ciclo di seminari sarà condotto dal Comitato scientifico Terzo settore di Cattolica Assicurazioni in partnership con l’European Research Center on Cooperative and Social Enterprise (EURICSE) di Trento.

 

Antonio Fici