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Tempo di bilancio per il Terzo settore

Come abbiamo già sostenuto sulle pagine dell’Osservatorio, lo sviluppo del Terzo settore e la sua capacità di contribuire appieno al progresso sociale, economico e civile del paese, vanno visti da due punti di vista: 1) quello della crescita e della qualificazione interne; 2) quello dell’istituzionalizzazione di un ambiente abilitante riguardo ai diversi profili (professionale, culturale e operativo).

 

Analizziamo distintamente le due prospettive, pur sapendo che tra esse le connessioni sono rilevanti e vi è una naturale intersecazione riguardo a molteplici aspetti.

 

Anche nel 2019 è continuata la crescita dell’universo del Terzo settore. I dati ISTAT disponibili, di cui abbiamo dato conto, ci dicono della dinamica positiva che ha caratterizzato gli ultimi anni. Operando quotidianamente all’interno di questo mondo, la nostra sensazione è che il trend sia continuato anche quest’anno. Si tratta di una valutazione soggettiva, che ovviamente andrà verificata a tempo debito, ma abbiamo visto nascere nuove realtà e molte si sono sviluppate, espandendosi e aprendo nuovi fronti operativi.

 

Il nostro personale censimento non evidenzia né crisi gravi, né chiusure.
Ciò che ci pare sia mancato a questa dinamica di sviluppo è stato invece un diffuso, omogeneo e coerente orientamento strategico di lungo periodo. La crescita del numero e della dimensione degli enti ci appare guidata pressoché esclusivamente dall’attitudine a rispondere in modo quasi istintivo alla percezione dell’esistenza di bisogni sociali, oppure alla possibilità di accedere, mediante progetti, a specifiche risorse mettendo in campo iniziative e proposte che raramente ricercano preliminarmente una riflessione ed una messa a punto condivisa con altre organizzazioni (ad eccezione di quando richiesta dai bandi).

 

Il mondo del Terzo settore continua a muoversi come un pulviscolo di soggetti poco interconnessi e, soprattutto, poco propensi ad azioni corali e coordinate. La forza e l’impatto complessivo risultano, per questa ragione, decisamente inferiori e meno efficaci di quanto potrebbero essere.
Sul piano istituzionale nel corso del 2019 si è vissuta una sorta di sospensione. Dopo due anni di fervore pubblicistico e convegnistico, per cercare risposte interpretative riguardo alla nuova normativa del Codice del Terzo settore, appurato che dati i rinvii applicativi non vi sono urgenze di interventi sugli statuti, è ora subentrata una sorta di vigile attesa, più che tanto non interrotta nemmeno dalla emanazione di provvedimenti attuativi, come quello sul bilancio sociale.

 

Per il resto si guarda allo scoccare dell’ora X, quella dell’avvio del RUNTS – Registro Unico Nazionale del Terzo Settore e delle conseguenti migrazioni e ridefinizioni. Anche un fronte molto delicato, quello del rapporto tra Enti del Ts e Pubblica Amministrazione non segnala novità rilevanti. A parte la norma grazie alla quale le ex IPAB – Istituzioni di Pubblica Assistenza e Beneficenza hanno conseguito il dubbio vantaggio di continuare a porsi a cavallo tra area pubblica e area del Terzo settore – quindi di continuare ad essere assoggettate ai voleri della politica locale – non si segnalano fatti di particolare rilevanza.

 

L’ANAC, dopo aver posto alla pubblica valutazione le bozze di linee guida riguardanti l’affidamento dei servizi sociali, ricevendo un coro di osservazioni critiche per le dissonanze con l’art. 55 del Codice, non ha poi pubblicato nessun testo definitivo, probabilmente complice la delicata fase istituzionale che sta attraversando, dopo le dimissioni del presidente Cantone.

 

Nel complesso quindi, come detto in apertura, un anno piuttosto grigio, senza slanci particolari. Soprattutto senza alcun netto procedere verso un più ordinato e riconoscibile assetto dell’universo del Terzo settore – con specifico riguardo a chi esercita attività d’impresa sociale e chi svolge essenzialmente attività ridistributive (come per esempio le organizzazioni di volontariato e gli enti filantropici). Come anche a causa della impossibilità, per i ritardi nella notificazione e convalida presso gli organismi ad hoc dell’Unione europea, di definire e rimodulare il corretto profilo fiscale dell’impresa sociale. Quadro, questo, al quale si aggiunge, nei rapporti con l’area pubblica, la difficoltà per gli Enti di conseguire una collocazione chiaramente improntata sul principio costituzionale di sussidiarietà.

 

Sarà meglio il 2020? Se diventerà operativo il Registro Unico Nazionale, sicuramente il cantiere del Terzo settore ricomincerà a lavorare a pieno regime e vi sarà molto da fare.

 

Antonio Fici
Giovanni Giudetti
Lorenzo Pilon
Felice Scalvini

Certezze e attese a Bruxelles

L’avvio dei lavori della nuova Commissione Europea e l’entrata a regime delle diverse articolazioni del Parlamento Europeo stanno contribuendo a disegnare gli scenari futuri dell’Economia Sociale e del Terzo settore. Ormai è un dato acquisito che le politiche europee risultano essere quelle più influenti nel determinare trasformazioni di lungo periodo negli assetti economici e sociali anche nel nostro paese. Dunque ciò che avviene a Bruxelles va seguito con tutta l’attenzione che merita.

 

In questo momento sono due i temi di particolare interesse. Il primo vede l’impegno della Commissione a “sviluppare un Piano d’Azione Europeo per l’economia sociale per promuovere l’innovazione sociale”. L’indicazione è contenuta nella “lettera di missione” che la Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, ha inviato a Nicolas Schmit – Commissario per l’impiego e i diritti sociali. La lettera di missione è il documento con il quale vengono definite da parte del Presidente le linee politiche e operative che il Commissario sarà tenuto ad attuare nel corso del mandato quinquennale. Schimit è un politico lussemburghese di notevole esperienza, militante del partito socialista dei lavoratori, e l’impegno per lo sviluppo dell’Economia Sociale è sicuramente nelle sue corde. Unico neo, che speriamo non risulti troppo condizionante, è l’aver agganciato il piano d’azione alla “promozione dell’innovazione sociale”, quasi che centocinquanta anni di storia delle istituzioni della cooperazione e del Terzo settore non siano sufficienti a legittimarli come soggetti portanti del sistema economico e sociale europeo, e che il loro riconoscimento sia oggi legato soltanto dalla capacità di produrre ulteriore innovazione sociale, senza considerare come il Terzo settore rappresenti naturalmente una forma di innovazione sociale.

 

Più problematico risulta invece in questo momento il fronte del Parlamento Europeo. La ricostituzione dell’Intergruppo Economia sociale, con la presenza delle diverse forze politiche europee, non appare al momento scontata. Il numero degli intergruppo che possono essere creati è limitato, e forte è la competizione dentro il Parlamento e fuori, tra le diverse lobby, per riuscire a garantire alle diverse istanze sociali ed economiche questa forma di riferimento politico-istituzionale. Per l’economia sociale, l’Intergruppo ha rappresentato nelle passate legislature il principale punto di contatto con le istituzioni della UE. Quello che, insieme al CESE – Comitato Economico e Sociale Europeo, ha dato il maggior contributo per il riconoscimento dell’Economia sociale e del Terzo settore. Un’azione i cui effetti si vedono oggi nella previsione del Piano d’azione della Commissione. Una partita dunque tutta da giocare, per la quale Economy Europe, l’organizzazione di rappresentanza europea, sta impegnandosi a fondo. Speriamo con esito positivo.

 

Felice Scalvini

A Verona il Servizio Civile Universale, da oggi, giovedì 28 novembre, a sabato presso la Fiera

Il Servizio Civile Universale – SCU si colloca sicuramente tra le attività contenute all’interno del nuovo diritto del Terzo settore che ha ottenuto una maggiore eco e un positivo riscontro derivante anche dalla ricollocazione dei suoi istituti e indirizzi di programma.
Un’opportunità che sempre più di frequente avvicina i giovani al mondo del lavoro fungendo da fattore propulsivo per le loro abilità personali così come per quelle di crescita formativa e culturale.
Sulla scia di questo indirizzo, con una nota stampa, il Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale della Presidenza del Consiglio dei Ministri precisa che, grazie anche al positivo riscontro ottenuto lo scorso anno, ha scelto di rinnovare la sua partecipazione da oggi, giovedì 28 novembre, a sabato 30 novembre al “Job&Orienta”, il salone nazionale sull’orientamento educativo, la scuola, la formazione e il lavoro dei più giovani. L’evento ha luogo presso la Fiera di Verona.

 

Inoltre nella mattinata di oggi, alle ore 13, presso la Sala Respighi, sarà possibile ascoltare la giornalista del Corriere Veneto Francesca Visentin che ci parlerà del “Perché scegliere il Servizio civile? La voce ai protagonisti”. Dalle voci e dai racconti dei volontari del Servizio Civile Universale si interagirà con i protagonisti.
Attraverso questo melting pot di episodi, conoscenze ed aspettative reciproche avrà luogo un forum aperto di discussione tra i rappresentanti: della Regione Veneto per il SCU, dell’Ufficio scolastico regionale, e degli Enti di Terzo settore direttamente coinvolti con la preparazione e la revisione dei progetti.
In chiusura l’incontro prevede l’intervento di Flavio Siniscalchi, Capo del Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tutto questo è certamente il sintomo di un elevato grado di attenzione rivolto alla struttura dalle istituzioni nazionali sempre impegnate nel favorire lo sviluppo di un rapporto stabile e ben collaudato dei giovani con il mondo della scuola, della formazione e della ricerca.
La tavola rotonda è aperta agli studenti di ogni ordine e grado ed anche ai docenti e al personale educativo delle strutture e degli enti di Terzo settore.

 

Inoltre il comunicato fa sapere che durante la tre giorni verrà messo a disposizione uno stand informativo del Dipartimento per le Politiche Giovanili e il SCU. Un info point utile, non soltanto per gli operatori coinvolti dai nuovi programmi, soprattutto per i giovani che sceglieranno di prender parte ad un progetto così ricco di contenuti come quello del Servizio Civile.
Sarà anche possibile, grazie alla presenza di personale qualificato in SCU e Terzo settore, seguire alcuni step diversificati di orientamento dalle 9.00 alle 13.30 dei tre giorni.
I ragazzi potranno contestualmente:
– far emergere i propri interessi;
– comprendere al meglio l’iter di valutazione dei progetti;
– scegliere quale programma e/o area di intervento risulta in linea con le aspettative personali;
– svolgere una simulazione di application o di colloquio di selezione e formazione del personale in servizio civile;
– informarsi concretamente sulle attività, le condizioni e le indicazioni normative del nuovo Servizio Civile Universale.

 

Giovanni Giudetti

I singoli enti del terzo settore/1. Le organizzazioni di volontariato

Denominazione
sociale
Organizzazione di volontariato/ODV
Forma giuridica Associazione, con o senza personalità giuridica
Base sociale – almeno 7 persone fisiche o 3 ODV;

– possibilità di ammettere altri ETS o enti senza scopo di lucro, in numero non superiore al 50% di ODV.

Attività di interesse generale 1. svolta prevalentemente in favore di terzi non associati;

2. svolta prevalentemente mediante volontari associati;

3. svolta prevalentemente a fronte del solo rimborso delle spese sostenute

Risorse – possibile impiego di lavoratori in numero non superiore al 50% dei volontari;

– possibilità di trarre le risorse economiche necessarie al loro funzionamento e allo svolgimento della propria attività da fonti diverse: quote associative, contributi pubblici e privati, donazioni e lasciti testamentari, rendite patrimoniali e attività di raccolta fondi nonché dalle attività di cui all’articolo 6.

Governance – tutti gli amministratori devono essere persone fisiche associate o indicate dagli enti giuridici associati;

– le cariche sociali sono gratuite, salvo il rimborso spese, ad eccezione dei componenti dell’organo di controllo.

RUNTS Iscrizione nella sezione “organizzazioni di volontariato”

 
Le organizzazioni di volontariato (ODV) sono enti del terzo settore (ETS) “tipici” e si caratterizzano per la loro prevalente dimensione gratuito-erogativa e di volontariato.
Le ODV devono rivestire la forma giuridica di associazioni (riconosciute o non riconosciute) costituite da almeno sette persone fisiche (mentre le ODV di secondo livello da almeno tre ODV). La denominazione sociale deve contenere l’indicazione di “organizzazione di volontariato” o l’acronimo “ODV”. L’uso di tale denominazione, ovvero di parole o locuzioni equivalenti o ingannevoli, non può essere utilizzata da soggetti diversi dalle organizzazioni di volontariato.

 

Art. 32, comma 1, Codice del terzo settore (CTS): “Le organizzazioni di volontariato sono enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, da un numero non inferiore a sette persone fisiche o a tre organizzazioni di volontariato, per lo svolgimento prevalentemente in favore di terzi di una o più attività di cui all’articolo 5, avvalendosi in modo prevalente dell’attività di volontariato dei propri associati o delle persone aderenti agli enti associati”.

 

Se successivamente alla costituzione dell’ODV, il numero degli associati diviene inferiore rispetto a quello minimo previsto dalla legge, esso dovrà essere reintegrato entro un anno, trascorso il quale l’ODV è cancellata dal Registro unico nazionale del terzo settore (RUNTS), nel quale registro è iscritta nella sezione ODV ad essa specificamente dedicata, se non formula richiesta di iscrizione in un’altra sezione del Registro (ad esempio quella degli “altri enti del terzo settore”).
Gli atti costitutivi delle ODV possono prevedere l’ammissione come associati di altri enti del Terzo settore o senza scopo di lucro, a condizione che il loro numero non sia superiore al 50% del numero delle ODV.

 

A ciascuna fattispecie particolare di ETS, come accade per le ODV, corrisponde una disciplina particolare (oltre che una distinta sezione del RUNTS) che ne individua alcuni elementi caratteristici, contribuendo così alla sua distinzione dalle altre fattispecie particolari di ETS, e alla sua specializzazione rispetto alla fattispecie generale di ETS. Se si esclude l’impresa sociale, queste discipline particolari non sono ampie, ma si riducono a poche disposizioni normative.
Alle ODV, in quanto enti “tipici” del terzo settore, si applicano le norme generali del Codice del terzo settore solo in assenza di disposizioni particolari, che per le ODV si trovano agli artt. 32, 33 e 34 CTS (oltre che agli articoli 79 e ss. per quanto riguarda lo specifico regime fiscale).
Il rapporto tra disciplina particolare e disciplina generale è regolato dall’art. 3, comma 1, CTS, nel seguente modo: la disciplina particolare di una categoria di ETS prevale sulla disciplina generale dell’ETS, che tuttavia si applica anche alle categorie particolari di ETS, ove non derogata dalla loro disciplina particolare ed in quanto compatibile con quest’ultima. Analogamente, l’art. 20 CTS chiarisce che la disposizioni del titolo IV, dedicato alle associazioni e fondazioni del terzo settore, si applicano a tutti gli enti del terzo settore costituti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, o di fondazione, e dunque anche a quelli che hanno una disciplina particolare (ad esempio, alle ODV in forma di associazione).
Le tipologie particolari di enti del terzo settore sono tra loro alternative, sicché ad un ente non è consentito appartenere contemporaneamente a due tipologie particolari (ad esempio, ODV e impresa sociale), come dimostra il fatto che esso può iscriversi ad una sola sezione del RUNTS (art. 46, 2° comma, CTS).
È però possibile il cambio di “veste”, cioè la “trasformazione” da una tipologia particolare di ente del terzo settore ad un’altra (ad esempio, da ODV a impresa sociale), che può realizzarsi senza conseguenze negative di alcun tipo a carico dell’ente che muta sezione del RUNTS.

 

Le ODV, come tutti gli enti del terzo settore, devono svolgere in via esclusiva o principale, una o più attività di interesse generale comprese nella lista di cui all’art. 5 CTS (per le ODV che svolgono attività di protezione civile, ai sensi dell’articolo 5, comma 1, lettera y), la disciplina contenuta nel Codice del terzo settore si applica nel rispetto delle disposizioni in materia di protezione civile di cui al d.lgs. 1/2018).
Nell’esercizio dell’attività di interesse generale, le ODV devono avvalersi prevalentemente delle prestazioni volontarie dei propri associati (art. 32, comma 1), potendo ricorrere al lavoro retribuito soltanto in presenza di determinate condizioni e nel rispetto di precisi limiti fissati dalla legge.

 

Art. 33, comma 1, CTS: “Le organizzazioni di volontariato possono assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento oppure nei limiti occorrenti a qualificare o specializzare l’attività svolta. In ogni caso, il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al cinquanta per cento del numero dei volontari”.

 

Le ODV possono, quindi, assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento oppure nei limiti occorrenti a qualificare o specializzare l’attività svolta. Il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non potrà superare il 50% del numero dei volontari.
Devono, inoltre, operare prevalentemente in favore di terzi (art. 32, comma 1), e per l’attività di interesse generale che svolgono non possono ricevere in cambio più del rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate (in analogia con quanto previsto per l’attività di volontariato dall’art. 17, co. 3), a meno che tale attività sia svolta quale attività secondaria e strumentale nei limiti di cui all’articolo 6 CTS (art. 33, comma 3).
Alle ODV è, infatti, consentito svolgere attività diverse da quelle di interesse generale, ma pur sempre nei limiti e alle condizioni di cui all’art. 6 CTS. Tali attività diverse potrebbero essere esercitate dalle ODV anche in forma (oggettivamente) lucrativa, cioè in modo da generare utili, affinché le ODV possano finanziare le proprie attività di interesse generale da condursi con modalità gratuito-erogative. Con la riforma del terzo settore è stato, dunque, confermato il carattere prevalentemente etero-destinato dell’attività di interesse generale delle ODV e la sua natura non imprenditoriale.
Le ODV possono, inoltre, trarre le risorse economiche necessarie al loro funzionamento e allo svolgimento della propria attività da fonti diverse, quali quote associative, contributi pubblici e privati, donazioni e lasciti testamentari, rendite patrimoniali ed attività di raccolta fondi.

 

Il Codice del terzo settore detta inoltre per le ODV particolari regole di ordinamento ed amministrazione dell’ente.

 

Art. 34, comma 1 e 2, CTS: “Tutti gli amministratori delle organizzazioni di volontariato sono scelti tra le persone fisiche associate ovvero indicate, tra i propri associati, dagli enti associati. Si applica l’articolo 2382 del codice civile.
Ai componenti degli organi sociali, ad eccezione di quelli di cui all’articolo 30, comma 5 che siano in possesso dei requisiti di cui all’articolo 2397, secondo comma, del codice civile, non può essere attribuito alcun compenso, salvo il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate per l’attività prestata ai fini dello svolgimento della funzione”.

 

Tutti i componenti dell’organo di amministrazione (cc.dd. Consiglio Direttivo) devono, dunque, essere, per le ODV di primo livello, persone fisiche associate, mentre, per le ODV di secondo livello, la carica di amministratore potrà essere rivestita dalle persone fisiche indicate dagli enti giuridici associati.
Agli amministratori delle ODV si applica la disciplina delle cause di ineleggibilità e decadenza prevista dal codice civile, all’art. 2382, secondo cui “non può essere nominato amministratore, e se nominato decade dal suo ufficio, l’interdetto, l’inabilitato, il fallito, o chi è stato condannato ad una pena che importa l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici o l’incapacità ad esercitare uffici direttivi”.
I componenti degli organi sociali non possono, inoltre, essere destinatari di compensi, salvo il rimborso spese per l’attività effettivamente prestata, ad eccezione dei componenti dell’organo di controllo, i quali, al contrario, potranno essere ricompensati per l’attività svolta, sempreché siano in possesso dei requisiti previsti dall’art. 2397, comma 2, cod. civ.

 

Regole particolari esistono anche per le ODV sul fronte fiscale. Il Codice del terzo settore prevede a tal riguardo un apposito trattamento agevolato negli artt. 84 e 86, che rendono il regime fiscale delle ODV ancora più favorevole di quello generale valido per gli altri enti del terzo settore.
Infatti, l’art. 84, comma 1, CTS, estende l’area di non commercialità ad alcune attività svolte specificamente dalle ODV.

 

Art. 84, comma 1, CTS: “Non si considerano commerciali, oltre alle attività di cui all’articolo 79, commi 2, 3 e 4, le seguenti attività effettuate dalle organizzazioni di volontariato e svolte senza l’impiego di mezzi organizzati professionalmente per fini di concorrenzialità sul mercato:
a) attività di vendita di beni acquisiti da terzi a titolo gratuito a fini di sovvenzione, a condizione che la vendita sia curata direttamente dall’organizzazione senza alcun intermediario;
b) cessione di beni prodotti dagli assistiti e dai volontari sempreché la vendita dei prodotti sia curata direttamente dall’organizzazione di volontariato senza alcun intermediario;
c) attività di somministrazione di alimenti e bevande in occasione di raduni, manifestazioni, celebrazioni e simili a carattere occasionale”.

 

Ciò significa che per le ODV, l’ambito di non commercialità delle attività svolte si determina applicando quanto previsto dall’art. 79, comma 2, 3 e 4, CTS (norma applicabile a tutti gli ETS diversi dalle imprese sociali) e, in aggiunta, le previsioni di cui all’art. 84 CTS (norma “dedicata” al regime fiscale delle ODV).

 

Le ODV potranno, altresì, accedere al regime forfetario agevolato, per le eventuali attività commerciali esercitate, appositamente previsto dall’art. 86 CTS, a condizione che nel periodo d’imposta precedente abbiano percepito ricavi, ragguagliati al periodo d’imposta, non superiori a 130.000 euro o alla diversa soglia che dovesse essere autorizzata dalla Commissione europea.
Le ODV, per accedere al regime forfetario, dovranno comunicarlo nella dichiarazione annuale o nella dichiarazione di inizio di attività.

 

Art. 86, comma 2, CTS: “Le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale possono avvalersi del regime forfetario comunicando nella dichiarazione annuale o, nella dichiarazione di inizio di attività di cui all’articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, di presumere la sussistenza dei requisiti di cui al comma 1 del presente articolo”.

 

In applicazione del regime forfetario di cui all’art. 86 CTS, il reddito imponibile è determinato applicando all’ammontare dei ricavi un coefficiente di redditività che per le ODV è pari all’1%.

 

Un altro tratto caratterizzante la disciplina delle ODV è quello relativo alla loro particolare posizione di partner privilegiati delle amministrazioni pubbliche negli affidamenti di servizi di interesse generale. Infatti, alle ODV sono esclusivamente dedicati gli articoli 56 (che invero si rivolge anche alle APS) e 57 del Codice del terzo settore. Una ragione in più per scegliere la forma della PDV tra tutte le forme di ETS disponibili dopo la riforma.
 

Antonio Fici

Lezioni dai “Tre Nobel per l’economia”: verso l’approccio concreto

Il premio Nobel per l’economia attribuito quest’anno a Duflo, Kremer, Banerjee dovrebbe far riflettere chi oggi si occupa di politiche sociali, soprattutto nell’ambito del Terzo settore. Il riconoscimento attribuito ai tre studiosi premia infatti l’approccio concreto, competente e rigoroso che ha caratterizzato il loro lavoro volto a combattere la povertà. La scelta da loro compiuta è stata infatti quella di dedicarsi all’analisi di microinterventi concreti, volti a migliorare la salute, l’alfabetizzazione, le capacità economiche e in generale le condizioni di vita delle persone più povere, comparandone i risultati e gli effetti, al fine di stabilire quali azioni, di volta in volta, possano risultare più efficaci.

 

Nel corso degli anni ’90 fu Kremer ad avviare i primi studi, occupandosi in Kenya del problema della alfabetizzazione dei bambini. Individuò un gruppo ben definito di scuole, il più possibile simili e comparabili fra loro, e in modo casuale assegnò loro politiche differenti. Ad un gruppo fornì libri e materiale didattico addizionale in abbondanza, ad un secondo gruppo di scuole incentivi monetari per le famiglie che avessero mandato i bambini a scuola con regolare frequenza, ad un terzo gruppo furono forniti dei kit per vaccinazioni contro infezioni intestinali. Dopo un certo periodo confrontò, sulla base dei medesimi indicatori (assenze scolastiche, livello di apprendimento, abbandono scolastico, …), la situazione delle diverse scuole, giungendo alla conclusione che, delle tre forme di intervento, quella più efficace era risultata essere la campagna di vaccinazione.

 

Sulla scia di Kramer, Duflo e Banerjee proseguirono con lo stesso impianto metodologico la valutazione di interventi realizzati soprattutto in India, proponendo, grazie ai loro studi, interessanti indicazioni per sviluppare politiche fondate soprattutto su interventi minuti, mirati ed effettivamente valutabili, ed offrendo dati e concrete osservazioni, spesso in alternativa o narrazioni, talvolta quasi mirabolanti. Particolarmente interessanti in proposito le pagine che Duflo dedica al microcredito, evidenziandone problemi e limiti e ridimensionando notevolmente la rappresentazione, quasi messianica, che ha accompagnato alcune esperienze.

 

Il problema della povertà è stato così scisso in molteplici e circoscritti aspetti, sui quali si è proceduto ad esperimenti ed analisi che hanno permesso di giungere a riscontri particolarmente utili circa l’efficacia delle iniziative messe in campo. Una particolarre attenzione è stata posta alla comparazione di situazioni e contesti effettivamente confrontabili, evitando l’errore, spesso compiuto, tanto dagli studiosi che dai policy makers, di prendere in considerazione con metriche univoche popolazioni decisamente diverse per condizioni culturali, ambientali, economiche. L’individuazione dei nessi casuali ben precisi, idonei a dare spiegazioni attendibili degli effetti, è frutto quasi sempre di un lavoro certosino, particolarmente attento e sofisticato, supportato da dati e informazioni riscontrabili e comparate.

 

Quale lezione dunque dai “Tre Nobel”, e quali indicazioni per chi, anche nel nostro paese, sta operando con impegno sul fronte della lotta alla diverse forme di povertà? La principale mi pare essere che il tema della “valutazione d’impatto” non può essere ridotta a semplice rappresentazione di risultati, proposti con metriche di utilità non verificata e, soprattutto, poco adatte per effettuare comparazioni. Credo che quella della comparabilità sia oggi la questione pricipale. Le richieste e i vincoli circa l’obbligatorietà della valutazione d’impatto, contenute in molti bandi per il finanziamento di progetti e nella stessa normativa, stanno producendo l’affastellarsi di attività e la produzione di una consistente mole di informazioni e dati da parte di uno stuolo sempre più consistente di valutatori. Ciò che ancora non emerge, e questo credo dovrebbe essere oggi l’impegno principale delle organizzazini che distribuiscono risorse, è l’avvio del lavoro che dovrebbe portare a discernere, tra le diverse esperienze, quelle che veramente offrono risultati interessanti, così da operare per la loro diffusione e replicabilità. L’unica strada, questa, che può garantire l’effettivo impatto trasformativo nel medio-lungo periodo.

 

Felice Scalvini

ODV, APS e ONLUS tra adeguamento degli statuti e Registro Unico

Nell’attesa di conoscere come avverrà formalmente l’implementazione del nuovo Registro Unico Nazionale del Terzo Settore – RUNTS con la pubblicazione del decreto istitutivo, occorre precisare alcuni elementi utili all’adeguamento degli statuti da parte degli enti.

 

Più nello specifico, per quel che riguarda le Organizzazioni di Volontariato, le Associazioni di Promozione Sociale e tutte le ONLUS, alcuni elementi chiarificatori ci vengono forniti dalla Risoluzione n. 89/E dell’Agenzia delle Entrate avente ad oggetto la “Consulenza giuridica al Forum Nazionale del Terzo Settore, Articolo 101, comma 2, del d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117 (Codice del Terzo settore)”.

 

Il parere richiesto all’Agenzia si articola in merito alla concessione ad un ente che non adegua il proprio statuto – entro il termine indicato dall’art. 101 (di cui sopra) e secondo le disposizioni inderogabili contenute nel d.lgs. 117/2017 – del beneficio delle disposizioni fiscali esistenti ex ante fino all’entrata in funzione del RUNTS.

 

L’avvio del Registro è ormai prossimo e con esso l’organizzazione e la disciplina:
– delle procedure per l’iscrizione e per l’eventuale eliminazione degli enti dal Registro;
– dei documenti che dovranno essere presentati ai fini dell’iscrizione;
– della modulistica da presentare per l’ammissione;
– dell’iter compartecipato di deposito degli atti;
– delle regole per la gestione, la struttura e l’utilizzo del Registro;
– delle procedure di scambio e comunicazione dei dati tra il registro delle imprese, con quello unico degli enti e gli altri di provenienza territoriale.

 

Il Registro Unico nella sua fase embrionale svolgerà le dovute analisi di review e per le ONLUS e per gli enti ad esse equiparati come le ONG il controllo sullo statuto, pur sempre in linea con le indicazioni del Codice, sarà attuato da un apposito ufficio amministrativo.

 

In attesa di tali precisazioni normative, la risoluzione di risposta dell’Agenzia delle Entrate fuga ogni dubbio circa il divieto di usufruire dei vantaggi fiscali fino al 30 giugno 2020, data ultima prevista per l’adeguamento degli statuti da parte degli ETs.

 

Il contenuto del commento richiesto rimanda ex multis alla Circolare n. 13 del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali del 31 maggio scorso (vedi commento su questo Osservatorio) nella quale si evidenziava come le ODV, le APS e le ONLUS già iscritte nei registri ad hoc pur non adeguandosi al termine prescritto (in quel momento limitato al 3 agosto 2019) avrebbero potuto comunque continuare ad usufruire delle condizioni fiscali già in essere.

 

Di conseguenza per tali enti – in ragione di quanto sancito dal Codice del Ts «(…) sino all’operatività del RUNTS, continuano ad applicarsi le norme previgenti ai fini e per gli effetti derivanti dall’iscrizione degli enti nei registri ONLUS, Organizzazioni di Volontariato, Associazioni di Promozione Sociale che si adeguano alle disposizioni inderogabili del presente decreto entro ventiquattro mesi dalla data della sua entrata in vigore (…) entro il medesimo termine esse possono modificare i propri statuti con le modalità e le maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria al fine di adeguarli alle nuove disposizioni inderogabili o di introdurre clausole che escludono l’applicazione di nuove disposizioni derogabili mediante specifica clausola statutaria» – anche dopo l’apposizione del termine al 30 giugno 2020 le condizioni poste restano integre e valide.

 

Concludendo, tutte le ODV e le APS così come le ONLUS con i titoli essenziali presenti nel corpo normativo di riferimento possono continuare a beneficiare di quel regime fiscale fino alla messa in opera del RUNTS.

 

L’auspicio è che ciascun ente, con la giusta e dovuta tempistica ed organizzazione interna, si renda conto dell’importanza di uniformazione con quanto previsto dal Codice del Terzo settore, e diventi nel migliore dei modi operativo prima di giugno del prossimo anno.

 

Giovanni Giudetti

Adottate le linee guida ministeriali per la valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte dagli enti del Terzo settore

Lo scorso 12 settembre 2019 sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale (n. 214) le linee guida per la realizzazione di sistemi di valutazione dell’impatto sociale (VIS) delle attività svolte dagli enti del Terzo settore (ETS). Queste linee guida sono contenute nel decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 161959 del 23 luglio 2019.
Questo decreto ministeriale segue immediatamente quello contenente le linee guida per la redazione del bilancio sociale degli ETS, cioè il decreto del 4 luglio 2019, n. 161530 (pubblicato nella G.U. 09/08/2019, n. 186) sempre da parte del Ministero del Lavoro, di cui abbiamo dato già conto in un nostro precedente contributo.
Entrambi i decreti sono stati adottati ai sensi dell’art. 7, comma 3, l. 6 giugno 2016, n. 106, che affida, per l’appunto, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, sentito il Consiglio nazionale del Terzo settore, la predisposizione di linee guida in materia di bilancio sociale e di sistemi di valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte dagli ETS, anche in attuazione di quanto previsto dall’art. 4, comma 1, lettera o), ove è prevista sia la valorizzazione, a livello territoriale, del “ruolo degli enti nella fase di programmazione” sia l’individuazione di “criteri e modalità per l’affidamento agli enti dei servizi d’interesse generale, improntati al rispetto di standard di qualità e impatto sociale del servizio, obiettività, trasparenza e semplificazione (…) nonché criteri e modalità per la verifica dei risultati in termini di qualità e di efficacia delle prestazioni”.
La stessa norma sopra richiamata definisce la “valutazione dell’impatto sociale” (VIS) come una “valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato”.
Si tratta, come peraltro evidenziato in sede ministeriale, di uno strumento di comunicazione e di attrazione, attraverso cui gli ETS rendono nota e conoscibile ai propri stakeholder “l’efficacia nella creazione di valore sociale ed economico”, in uno spazio temporale variabile dal breve al medio-lungo periodo.

 

Con la predisposizione delle linee guida, il Ministero del Lavoro ha inteso, dunque, fornire criteri e metodologie condivisi con cui gli ETS possono condurre valutazioni di impatto sociale, che consentano di valutare, sulla base di dati oggettivi e verificabili, obiettivi programmati e risultati ottenuti, allo scopo di rendere disponibili agli stakeholder informazioni sistematiche sugli effetti delle attività realizzate.
Il decreto contiene, altresì, l’indicazione dei soggetti obbligati alla redazione della VIS e i c.d. soggetti destinatari.
Analogamente con quanto previsto dal decreto in materia di bilancio sociale, non tutti gli ETS sono tenuti alla redazione della VIS, lo sono solo alcuni ed in presenza di determinate condizioni con carattere di eventualità.
Il ministero ha, infatti stabilito che “le pubbliche amministrazioni, nell’ambito di procedure di affidamento di servizi di interesse generale, possono prevedere la realizzazione di sistemi di valutazione dell’impatto sociale da parte degli ETS che intrattengono rapporti con le medesime PP.AA, sì da consentire una valutazione dei risultati in termini di qualità e di efficacia delle prestazioni e delle attività svolte”. L’obbligo della VIS è applicabile a quegli ETS impegnati in interventi ed azioni di media e lunga durata (almeno diciotto mesi) e di natura economica superiori ad euro 1.000.000, se sviluppati in ambito interregionale, nazionale o internazionale.

 

L’obbligo, pertanto, sussiste non sempre ma soltanto qualora:
1. si tratti di un ente che svolga un’attività oggetto di un affidamento di servizi di interesse generale da parte di pubbliche amministrazioni;
2. la pubblica amministrazione di riferimento abbia previsto la realizzazione di sistemi di valutazione dell’impatto sociale;
3. l’ente sia impegnato in interventi di media e lunga durata, di almeno diciotto mesi;
4. gli interventi abbiano natura economica e superino 1.000.000 di euro;
5. gli interventi realizzati siano sviluppati in ambito interregionale, nazionale o internazionale.

 

Le procedure di affidamento dovranno, inoltre, prevedere modalità e tempi per la predisposizione e l’esecuzione della valutazione.
I costi della VIS dovranno essere proporzionati al valore dell’intervento e dovranno essere inclusi nei costi complessivi finanziati. Gli stessi potranno, altresì, essere impiegati secondo “tempi differiti” rispetto all’esecuzione delle attività, “in modo da cogliere gli impatti di medio e lungo periodo collegate al progetto”.
Prescindendo dall’individuazione della sfera degli obbligati, la VIS, come peraltro in materia di bilancio sociale, potrà essere redatta anche dagli ETS che volontariamente decidano di utilizzare tale strumento al fine di offrire ai propri “interlocutori” informazioni sulle attività svolte. Si tratta dunque di una VIS cui gli ETS si sottoporranno sostanzialmente su base volontaria.

 

Il decreto ministeriale individua, inoltre, la rosa dei possibili “destinatari” della VIS, ovverosia:
a. i finanziatori ed i donatori presenti o futuri;
b. i beneficiari ultimi di un intervento e tutti gli altri stakeholders interessati;
c. i lavoratori, collaboratori, soci e volontari dell’organizzazione;
d. i cittadini interessati a conoscere come e con quali risultati vengano impiegate le risorse pubbliche;
e. i soggetti pubblici interessati.

 

Tali soggetti “destinatari” potranno, dunque, utilizzare la VIS per “misurare” e “valutare” i propri interventi, presenti e futuri, i benefici sociali generati (o da generare) e, ad esempio, per comprendere le ricadute sociali ed economiche dei propri interventi.
Le linee guida contengono, tra l’altro, preziose informazioni riguardanti gli elementi che caratterizzano la VIS, con particolare riguardo ai parametri di misurazione. Obiettivo principale della “misurazione” è quello di rendere noto e divulgare il valore aggiunto sociale che è stato generato, i cambiamenti ottenuti grazie all’esecuzione del progetto e la sostenibilità dell’azione sociale.
L’ETS avrà facoltà di scelta delle metriche di valutazione d’impatto più adeguate alla tipologia di attività e progetti svolti. Il grado di complessità del sistema di valutazione potrà subire delle variazioni, che ben potrebbero dipendere dalle dimensioni dell’ente e dalla forma giuridica rivestita.
Se da un lato, dunque, all’ente è riconosciuto un elevato grado di autonomia nella scelta dei parametri valutativi di misurazione dell’impatto sociale, dall’altro, in sede ministeriale, sono stati elaborati dei “principi minimi” a cui l’ente stesso dovrà conformarsi, che spaziano dalla c.d. “intenzionalità”, ovverosia congiunzione della VIS con gli obiettivi strategici dell’ente, “rilevanza”, “affidabilità” e “misurabilità” delle attività che si prestano alla misurazione secondo parametri quantitativi.
Per la corretta formulazione della VIS, gli ETS dovranno prevedere all’interno del proprio sistema di valutazione “una raccolta di dati sia quantitativi che qualitativi, considerando indici ed indicatori, sia monetari che non monetari, coerenti ed appropriati ai propri settori di attività di interesse generale”.
L’analisi dovrà contenere dati riguardanti il processo di partecipazione utili a definire le “dimensioni di valore” della misurazione di impatto in relazione ai gruppi di stakeholders rappresentativi interni ed esterni all’ente (es. lavoratori, beneficiari, istituzioni rilevanti…). Essa dovrà inoltre comprendere la valutazione delle attività, dei servizi, dei progetti, degli input, degli output e, infine, degli outcome, intendendosi per quest’ultimi i “risultati indiretti della propria azione, effetti e cambiamenti realizzati sulla vita dei soggetti coinvolti e sugli individui in generale rispetto ai territori ed al contesto generale oggetto delle attività”.

 

Le fasi di misurazione dell’impatto sociale contenute nelle linee guida comprendono:
1. l’analisi del contesto e dei bisogni partecipata dagli stakeholder;
2. la pianificazione degli obiettivi di impatto;
3. l’analisi delle attività e la scelta di metodologia, strumento, tempistica della misurazione rispetto agli obiettivi prefissati e alle caratteristiche dell’intervento;
4. la valutazione: attribuzione di un valore, ossia di un significato ai risultati conseguiti dal processo di misurazione;
5. la comunicazione degli esiti della valutazione che costituiranno la base informativa per la riformulazione di strategie e conseguenti obiettivi che l’organizzazione si porrà per lo sviluppo futuro delle proprie iniziative.

 

Quanto ai rapporti tra bilancio sociale e VIS, occorre premettere che il CTS (d.lgs. 117/2017) e il decreto legislativo in materia di impresa sociale (d.lgs. 112/2017) menzionano la valutazione di impatto sociale, rispettivamente, agli artt. 14, comma 1, e 9, comma 2. Tali norme obbligano, com’è noto, alcuni ETS alla redazione del bilancio sociale tenendo conto, tra gli altri elementi, della natura dell’attività esercitata e delle dimensioni dell’ente, anche ai fini della valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte.
Le valutazioni contenute nella VIS potranno prevedere un “sistema di indici e indicatori di impatto” da confrontare con i contenuti del bilancio sociale, di cui la VIS potrà divenire “parte integrante”.
Il paragrafo 6, sezione 5, delle linee guida per la redazione del bilancio sociale degli ETS, prevede, infatti, che l’ente fornisca “informazioni qualitative e quantitative sulle azioni realizzate nelle diverse aree di attività, sui beneficiari diretti e indiretti, sugli output risultanti dalle attività poste in essere e, per quanto possibile, sugli effetti di conseguenza prodotti sui principali portatori di interessi”.
Gli ETS che, invece, operano in contesti internazionali, e che sono tenuti all’adozione di sistemi di valutazione di impatto sociale riconosciuti in tali contesti, potranno formulare la VIS in osservanza di tali diversi sistemi di valutazione, poiché il decreto in esame li riconosce ed equipara a quelli prodotti in osservanza delle linee guida ministeriali.
Il decreto ministeriale individua, infine, il ruolo di alcuni “soggetti esterni”, i Centri di servizio per il volontariato (art. 61, CTS) e le reti associative nazionali (art. 41, CTS), nell’assicurare il supporto necessario per identificare validi indicatori di valutazione dell’impatto sociale, ritagliati sulle base delle concrete esigenze dei soggetti tenuti o comunque interessati all’utilizzo di tale strumento.
 

Antonio Fici

Non si arresta la crescita del Terzo settore

La lunga marcia del Terzo settore non accenna a rallentare, anzi, pare in ulteriore accelerazione. Lo certificano i dati dell’ISTAT del censimento permanente degli enti non profit relativi all’anno 2017, recentemente presentati.

 

Rispetto all’anno precedente, il 2016, le organizzazioni non profit sono cresciute di oltre 14.000 unità, passando da 336.225 a 350.492, mentre gli occupati sono passati da 812.706 a 844.775 con un incremento di oltre 32.00 addetti. Si tratta di numeri quanto mai significativi, soprattutto se comparati ai dati riguardanti il sistema complessivo delle imprese. Il non profit, che nel 2001 rappresentava il 5,8 % delle imprese e il 4,8% degli addetti, è ora salito rispettivamente all’8 e al 7 per cento. Una escalation che ha attraversato il boom dei primi anni 2000, la crisi successiva al 2008 e gli attuali anni di modestissimo sviluppo, senza mai presentare significative flessioni. Una dinamica che tutto fa presagire possa continuare nei prossimi anni, grazie anche alla spinta che giungerà dalla entrata a regime del Codice del Terzo settore.

 

Quali le ragioni di questo fenomeno? Credo siano principalmente tre.
Innanzitutto le organizzazioni del non profit operano in settori che hanno visto in questi anni un significativo sviluppo. I servizi sociali, la cultura, l’ambiente, la gestione di strutture sociosanitarie, e nel complesso pressoché tutti gli ambiti di attività elencati all’art. 5 del Codice, hanno visto e presumibilmente continueranno a vedere un importante proliferare di iniziative e attività. Sono gli spazi economici e operativi legati all’emersione di nuovi bisogni esistenziali e sociali. Bisogni che, con molta probabilità, l’evoluzione demografica, culturale e degli stili di vita continuerà ad alimentare, mantenendo alta la possibilità di espansione della domanda di servizi.

 

A fronte di questa evoluzione il mondo del Terzo settore è stato protagonista dello sviluppo di un’offerta innovativa di proposte, servizi, prestazioni che hanno aiutato i bisogni a trasformarsi in domanda sociale ed economica, producendo la nascita di nuovi mercati e quindi lo spazio per sempre più imprese. Imprese però caratterizzate da un nuovo e diverso approccio: per l’appunto “imprese sociali”, anche se ancora, in molti casi, non legalmente costituite in tale forma. La straordinaria success story imprenditoriale della cooperazione sociale ne costituisce la vicenda emblematica.

 

Il terzo elemento è rappresentato dalla specificità sociale, organizzativa ed economica collegata a questa effervescenza. Il Terzo settore ha creato organizzazioni in grado di integrare risorse che altrimenti rimarrebbero inutilizzate. E, integrandole, le ha rese fattore di sviluppo sociale ed economico, soprattutto per quanto concerne la creazione di nuove opportunità di lavoro. Il volontariato, a dispetto di ricorrenti e disinformate affermazioni polemiche, circa la sottrazione di posti di lavoro che determinerebbe, ha rappresentato una straordinaria leva per la creazione di nuovi posti di lavoro nel Terzo settore, apportando gratuitamente le risorse per migliaia di start up sociali, che poi, col tempo, si sono consolidate procedendo all’assunzione di collaboratori stipendiati. Allo stesso modo, il fundraising, la partecipazione dei beneficiari, l’avviamento al lavoro di persone svantaggiate (le pietre scartate dai costruttori di aziende normali) hanno rappresentato e continuano a rappresentare risorse inconsuete per le imprese che, tuttavia, il non profit ha saputo integrare entro una formula produttiva sempre più solida e diffusa.
Per tutti questi motivi, i dati ISTAT non rappresentano una sorpresa, né lo saranno i dati futuri quando continueranno, anche nei prossimi anni, a presentare il segno più.
 

Felice Scalvini

Verso “COP 26”

Il Climate Action Summit 2019 si sta concludendo con grande risonanaza mediatica. Greta Thumberg, col suo accorato appello, ha segnato l’evento, anche più degli interventi e prese di posizione dei numerosi capi di stato e di governo presenti. Riscaldamento globale, deforestazione, inaridimento, migrazioni ambientali: le trasformazioni del pianeta stanno subendo un’accelerazione che non ha avuto precedenti nel corso della storia. Ciò che turba è la difficile reversibilità dei processi in atto. Al termine di una guerra, anche la più devastante, il raggiungimento della pace offre la possibilità immediata dell’avvio della ricostruzione. Nel caso dei cambiamenti climatici, anche le iniziative più impattanti, anche un eventuale – e per ora impossibile – abbandono totale dei combustibili fossili produrrà effetti solamente tra alcuni decenni.

 

Nel frattempo? Nel frattempo appare sempre più decisivo il ruolo che i soggetti attivi della società civile possono giocare per orientare e accelerare, per quanto possibile, la curva di rientro verso un accettabile equilibrio globale. Un equilibrio che, traendo spunto dalla dimensione ambientale-fisica, sappia rigenerarsi e progredire anche sul fronte economico e sociale. A queste diverse dimensioni fanno riferimento gli SDG (Sustaineble Developement Goals), gli Obiettivi 2030 per lo sviluppo sostenibile approvati dalle Nazioni Unite ai quali si aggiunge il richiamo costante e accorato di Papa Francesco. È questa l’unica, vera possibilità per immaginare assestamenti non distruttivi che non comportino prezzi drammatici da pagare per le future generazioni.

 

La partita del cambiamento vede dunque in campo diversi soggetti. Innanzitutto le persone i cui comportamenti individuali, ma anche, ed in misura non inferiore, gli orientamenti e le scelte politiche, influenzeranno la direzione globale del cambiamento. Poi gli stati e i loro governanti, chiamati a scelte e soprattutto ad accordi che mai, come in questo momento, appaiono ad un tempo necessari, ma purtroppo improbabili a causa del solipsismo sovranista che sta caratterizzando alcuni dei principali paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Ed ancora i soggetti dell’economia, dove pure si sviluppano dinamiche diacroniche, con l’estendersi di monopoli transnazionali, l’accrescimento perdurante della finanziarizzazione e la tendenza allo sfruttamento ambientale dissennato, ma anche lo sviluppo dell’economia green e i proclami dei manager di punta delle grandi companies americane circa il riorientamento in chiave ambientale e sociale degli obiettivi d’impresa.

 

Per l’azione delle ONG e degli Enti Terzo Settore si aprono dunque spazi d’azione complessi, ma amplissimi, affascinanti e soprattutto determinanti per contribuire al cambiamento globale di paradigmi esistenziali, ecomomici e politici. Chi infatti più e meglio di loro può agire sui diversi fronti. Quello della pedagogia sociale, per orientare comportamenti individuali e collettivi virtuosi, attraverso esperienze e pratiche di responsabilizzazione e condivisione. Quello della azione politica, aggregando persone intorno ad idee-guida e attività di advocacy in grado di influire sulle scelte degli stati. Quello dell’economia, dando sempre più consistenza all’imprenditoria sociale e cooperativa, affinché diventi un sempre più rilevante polo di economia al servizio dell’uomo e del suo ambiente. Quello della cultura e delle azioni di solidarietà, lavorando su scala locale e globale per ridurre le disuguaglianze e offrie a tutti pari opportunità di realizzazione personale.

 

Una sfida immensa, ma entusiasmante e possibile.

 

“COP 26”, la ventiseiesima Conferenza mondiale sul clima, prevista per il 2020, si svolgerà in Inghilterra, ma, per un accordo raggiunto nell’estate, la fase preparatoria si svolgerà tutta nel nostro paese e prevederà, accanto alla attività di negoziazione tra i governi, la “Youth Cop – conferenza mondiale dei giovani impegnati nell’ambiente”. Quale occasione migliore per il Terzo settore italiano per mettersi subito in azione e diventare, con le sue specificità, protagonista di questa iniziativa?

 

Felice Scalvini

Terzo settore: stato dell’arte e nuove prospettive

I recenti sviluppi e cambiamenti istituzionali e politici, non soltanto in Italia, ma anche nel panorama dell’Unione europea, gradualmente modificano l’organigramma degli incarichi e delle nomine per quel che riguarda il mondo del non profit e dell’economia sociale. In l’Italia, in attesa di conoscere la squadra di tecnici al completo, il sottosegretario del Ministero del lavoro e delle politiche sociali con delega al Terzo settore è Stanislao Di Piazza.

 

Da sempre vicino ai temi del non profit, Di Piazza si trova a dover affrontare un periodo decisivo e non privo di possibili cambiamenti per il Terzo settore italiano, ed a dover gestire i rapporti fino ad oggi spesso in bilico con alcune organizzazioni specifiche ed in particolari ambiti di intervento. Un compito non facile che il neo sottosegretario, già segretario della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani e referente per il sud di “Etica sgr.” (Società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica), porterà a termine senza disattendere le aspettative ad oggi ben più che positive.

 

A più di due mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle Linee Guida sul bilancio sociale degli enti del Terzo settore (vedi il commento di Antonio Fici), qui tracciamo un quadro di quelle che sono le tappe alle quali l’iter di riforma dovrà giungere.

 

Tra le principali e di interesse maggiore per l’attività delle organizzazioni presenti risultano essere:

 

– L’attivazione del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore – RUNTS, utile alla tracciabilità ed alle rilevanze funzionali degli enti, in fase di elaborazione il Decreto che definisce le modalità con pubblicazione prevista per il prossimo autunno. Con questo valido strumento si auspica che vengano indicate in dettaglio le procedure di iscrizione, l’individuazione dei documenti e la modalità di deposito degli atti, i precetti per la catalogazione assieme alle modalità di gestione e controllo degli stessi assieme ai dati personali dell’organizzazione inseriti in RUNTS così come disciplinato dall’art. 53 c. 1 del Codice di Ts.

 

– La predisposizione di Criteri e limiti per esercizio attività diverse, art. 6 c. 1 del Codice, è attesa la pubblicazione del Decreto che ne rimodula in parte le prerogative.

 

– I Principi di Riparto e Modalità Attuative del 5 x Mille, modalità per il pagamento del contributo e termini per gli adempimenti dei beneficiari.

 

– L’approvazione del sistema e del regime fiscale da parte della Commissione europea, in fase di preparazione ed inoltro da parte del Governo, la bozza di documento dove verrà evidenziata la connessione con l’apparato fiscale di gestione dell’Agenzia delle Entrate e verranno chiariti alcuni punti di azione e di operato sugli enti di matrice commerciale e non.

 

Questi in sostanza i punti di maggior interesse utili allo sviluppo della struttura del nuovo Terzo settore.

 

Il mondo del volontariato, sempre più organizzato in organismi ed enti di base regionale e locale, chiede che si continui a lavorare in linea con i parametri individuati dal Codice del Terzo settore.
Occorre precisare e rendere più agevoli i meccanismi di assicurazione e previdenza per i volontari e gli operatori del non profit, tenendo bene a mente quelle che sono le condizioni di obbligatorietà sulla copertura assicurativa prevista dal Codice.
Per la conclusione del processo di riforma è necessario il pieno riconoscimento, in ambito formativo ed educativo, delle skills e delle competenze tecnico-operative in grado di essere apprese durante i percorsi di volontariato.

 

Questa fase di approvazione del metodo utilizzato diventa una leva utile alla promozione della cultura del volontariato e delle attività di Terzo settore e più nello specifico per la creazione di nuove figure professionali chiamate ad interagire direttamente per lo sviluppo ed il raggiungimento dei goals dei Centri di Servizio per il Volontariato, delle Reti Associative e di tutti gli ETs così come disciplinati. Tutto questo naturalmente dovrà avvenire in maniera conforme al Decreto atteso (ex art. 96 del Codice) che individua i criteri e i requisiti che gli stessi dovranno seguire grazie al lavoro degli Organismi territoriali di controllo (9 sono già istituti, ne mancano ancora una decina tra i quali: Puglia, Campania, Marche, Veneto).
 

Giovanni Giudetti