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Terzo settore

Persone migranti e Terzo settore: rivalutazione degli schemi di gestione per gli Enti coinvolti

Giovanni Giudetti

A quasi cinque mesi dall’entrata in vigore del Decreto Sicurezza Salvini, convertito con modificazioni dalla Legge del 1 dicembre 2018, n. 132 (in G.U. 03/12/2018, n. 281), è forte e multidimensionale il dibattito generato da tale provvedimento e che ricade su gruppi differenti di soggetti coinvolti.

 

Di frequente le comunicazioni e i report offerti dai media non agevolano la comprensione del fenomeno alterando così la portata delle definizioni e delle responsabilità nella gestione degli elementi di confronto e collaborazione tra le istituzioni nazionali e gli enti del Terzo settore.

 

Brevemente occorre sottolineare come il decreto in questione, oltre a disciplinare altre situazioni riguardanti la sicurezza e l’ordine pubblico nazionale, ha come nucleo principale la modifica e la rimodulazione del cd. “Testo Unico sull’Immigrazione” (D. Lgs 286/1998).

 

Le novità del testo di legge riguardano perlopiù:

 

la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari: (art.1) in passato aveva la durata di 2 anni e permetteva al soggetto migrante di accedere al mercato del lavoro, al servizio sanitario nazionale, nonché a tutte le forme di assistenza sociale e di recepimento degli immobili di edilizia sociale. Con le recenti modifiche vengono, invece, introdotti permessi per la cd. “Protezione Speciale” (durata 1 anno), “per calamità naturale nel Paese di origine” (durata 6 mesi), “per gravi condizioni di salute” (durata 1 anno), “per atti di particolare valore civile” e “per casi speciali” (vittime di grave violenza o sfruttamento del lavoro, caporalato, vittimi di tratta). Tuttavia lo scorso 19 febbraio una pronuncia della Corte di Cassazione stabilisce che il Decreto Salvini non potrà avere efficacia retroattiva sulle richieste di salvaguardia in esame, pertanto, le nuove norme sulla protezione umanitaria non possono essere applicate alle domande che sono state presentate prima del 5 ottobre (data di approvazione del Decreto) così come stabilito dalla Corte.

 

Centri di permanenza: la durata massima del trattenimento degli stranieri nelle strutture di permanenza per il rimpatrio viene allungata da 90 a 180 giorni, periodo utile all’identificazione e al controllo del migrante.

 

Potenziamento del Fondo rimpatri: con l’assegnazione per programmi di rimpatrio volontario assistito (ndr da istituzioni e enti del Terzo settore) di 500 mila euro per il 2018, 1 milione e mezzo per il 2019, 1 milione e mezzo per il 2020.

 

Celerità nell’esame delle domande: il questore dà diretta comunicazione alla Commissione territoriale o all’ente di gestione competente di appartenenza del migrante accolto.

 

Rimodulazione degli SPRAR: con l’art.12 al Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (gestito con gli enti locali e territoriali) avranno accesso solo i titolari di protezione internazionale e i minori stranieri non accompagnati. Affinché vengano snellite le procedure di registrazione e gestione dei migranti, sono costituite nuove Commissioni territoriali per l’esame delle domande, molte delle quali sono chiamate ad interfacciarsi direttamente con le realtà del Terzo settore che si occupano del fenomeno.

 

Questi sono soltanto alcuni dei punti di cambiamento sanciti dal Decreto sicurezza e che generano una eco non di poco conto sui no profit stakeholders, sugli istituti e gli enti religiosi di accoglienza e su quelli di Terzo settore investiti di tali attività di interesse generale ex art. 5 lettere n), q), r), w) del Codice del Terzo settore (D.lgs.117/2017).

 

A tal proposito il network che viene a generarsi tra istituzioni e organizzazioni racchiude al suo interno una vastità di figure e di processi dal contenuto sociale e giuridico che sono assimilati da tutti i nuovi enti del Terzo settore.

 

Attraverso il Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’asilo, su base territoriale, gli enti locali con il prezioso supporto delle realtà del Terzo settore, garantiscono interventi di cd. accoglienza integrata che oltrepassano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo accessorio anche misure di informazione, accompagnamento, orientamento, con percorsi individuali di inserimento.

 

Occorre sottolineare anche:

 

– il carattere pubblico e di pura liberalità delle risorse messe a disposizione e degli enti responsabili dell’accoglienza, Ministero dell’Interno ed enti locali e di Terzo settore, secondo una logica di governance multilivello;

 

– la condizione di volontarietà degli enti nella partecipazione alla rete dei progetti di accoglienza;

 

– il decentramento e lo sviluppo degli interventi di “accoglienza integrata” attraverso i nuovi legami e rapporti di scambio di buone prassi e servizi avviati sul territorio con i cd. “enti gestori” (soggetti del Terzo settore che concorrono in maniera sostanziale alla realizzazione degli interventi);

 

– la promozione e lo sviluppo di reti di partenariato, con il coinvolgimento di tutti gli attori e gli interlocutori per l’implementazione delle misure di accoglienza, protezione, integrazione in favore di tutte le persone migranti.

 

Alla luce di quanto sopra emerso e dalle informazioni prodotte dalle agenzie internazionali e nazionali (IOM, UNHCR e Istat) i fattori in divenire correlati al fenomeno della mobilità umana, soprattutto per quel che riguarda i programmi di gestione dell’accoglienza e dell’integrazione lavorativa, sono in rapida ascesa.

 

Questi punti di criticità (nel management degli enti coinvolti e degli apparati burocratici) necessitano di soluzioni previdenziali e giuridico-economiche riservate ad hoc per il soggetto e per le attività realizzate in linea con la regolamentazione concernente la protezione di tutte le categorie dei diritti umani e dei soggetti vulnerabili.

 

Giovanni Giudetti

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