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Terzo settore

In ricordo di Carla Piccoli: la “passionaria” della cooperazione di solidarietà sociale

Lorenzo Pilon

Se l’attuazione della Riforma del Terzo settore rappresenta un cantiere aperto, come è stato autorevolmente ed efficacemente dichiarato da Alessandro Lombardi, Direttore Generale Terzo Settore al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, può essere utile conoscere e ricordare chi ha dato il suo contributo affinché questo cantiere potesse essere pensato, progettato ed aperto.

 

Mi pare giusto cominciare un tale percorso ricordando Carla Piccoli Dal Maso che, nello scorso gennaio, all’età di 90 anni, ci ha lasciato. Chi ha avuto come me il privilegio di frequentarla a lungo e di conoscerla ricorda il suo passo scomposto e il suo tratto dimesso. Quel passo e quel tratto erano ciò che le era rimasto – e che custodiva gelosamente – di una vita vissuta sempre in salita. È stata, prima della guerra, figlia in una famiglia distinta alla periferia di Vicenza. È stata, durante la guerra, la sorella di Alberto, morto in battaglia per essere fedele al giuramento pronunciato. È stata, moglie e madre, dopo la guerra, crescendo la sua famiglia dove il lavoro di suo marito li costringeva ad andare, dalle savane africane ai boschi dell’Aspromonte, assaporando così anche l’amaro pane del migrante.

 

L’indole curiosa che l’aveva portata a laurearsi in chimica industriale, la sua straordinaria capacità di entrare subito in relazione con le persone, il non sapersi trattenere di fronte a qualsiasi sfida si sono forgiati in lei con la tragica esperienza dell’abbrutimento fisico e morale della guerra, in una sintesi per la quale ogni diseguaglianza, ogni situazione di emarginazione e ancor più di umiliazione erano per lei inaccettabili. È stato l’incontro con un bimbo autistico, e con le difficoltà della sua famiglia a prestargli una adeguata terapia, ad innescare un dinamismo che non si è più fermato. All’inizio si è inventata il ruolo di traduttrice ufficiale dei testi e degli articoli dei ricercatori americani e, quando si è accorta che la sola divulgazione scientifica non bastava ad attivare tempestive risposte per chi le aspettava, non ha esitato a raccogliere medici, psicologi e fisioterapisti intorno al progetto della Coop. Intervento di Mestre ed a far partire un centro terapeutico specialistico. E perché non restasse una iniziativa isolata, ha subito raccontato tutto in un libro a cui ha dato un titolo (“Come i cerchi nell’acqua: vivere per l’handicap”) che era un chiaro invito all’emulazione.

 

Quante volte mi ha raccontato, sempre commuovendosi, di come sia riuscita ad ottenere il provvedimento autorizzativo da Tina Anselmi da Castelfranco Veneto, allora Ministro della Sanità. A commuoverla era il ricordo dell’immediata ed intima intesa tra due donne che si erano lasciate su fronti opposti durante la guerra, ma che si erano ritrovate fianco a fianco, entrambe convintamente schierate a combattere disuguaglianza ed umiliazione nell’opera di costruzione di una società davvero riappacificata.

 

E poiché per lei, essere “come i cerchi nell’acqua” era connaturale, è diventata la prima presidente delle Federazione veneta delle Cooperative di Solidarietà Sociale. Diceva di aver finalmente trovato l’arsenale necessario a cambiare il mondo: giovani entusiasti, progetti ambiziosi e la cooperazione mutualistica e non egoistica quale modello che, valorizzando il contributo (grande o piccolo) di ognuno, ne aumentava in modo esponenziale l’incidenza sul progetto condiviso.

 

Carla non guidava l’auto, ma era presente in ogni angolo dove fosse in gestazione o si stesse consolidando una cooperativa di solidarietà sociale. Era diventata la “passionaria” della cooperazione sociale, intenta a tessere continuamente i fili di una trama che, facendosi carico di disabili a Valdagno, di tossicodipendenti a Padova, di famiglie di bambini autistici a Mestre e dell’accoglienza di minori a Feltre, portasse allo scoperto le vergogne e le contraddizioni di una società che ancora tollerava disuguaglianze ed umiliazioni altrui girandosi dall’altra parte.

 

Ho ripensato a tutto questo la mattina del 19 gennaio, mentre nella chiesa gelida della periferia operaia di Mestre davamo l’ultimo saluto a Carla. Mi sono tornate in mente le parole che pronunciò al palazzetto dello sport di Mestre, davanti a 5.000 cooperatori il 26 gennaio 2013: «Non avevamo nessuna idea di cosa fosse una cooperativa, ma abbiamo scelto di farla ed è stato bello imparare a lavorare insieme. Da allora ho girato l’Italia a fare cooperative. Ad un dato momento siamo riusciti a fare le cooperative di solidarietà sociale. Dopo 10 anni di battaglie è arrivata la Legge 381 che ci ha tolto la solidarietà, ma solo nel nome. Siamo rimasti solidarietà sociale, lo siamo nell’anima e lo saremo sempre». Grazie Carla, soprattutto per questo “sempre”. E arrivederci.


Lorenzo Pilon

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