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Terzo settore

Il tempo delle scelte

Felice Scalvini

La circolare n. 20 del 27 dicembre 2018 della Direzione Generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha sgombrato il campo da attese, illazioni, presupposizioni. Non vi saranno ritardi né tanto meno ripensamenti. Il Codice del Terzo settore troverà attuazione nei tempi previsti. Per gli enti di questo variegato mondo è dunque giunto il momento di rileggere i propri statuti, analizzarli a fondo ed assumere le decisioni del caso. Il tempo stringe: il 2 di agosto non è poi così lontano.

 

La Circolare è puntuale e dettagliata. Con approccio opportunamente didascalico precisa quali norme siano di natura inderogabile, quali derogabili e quali definiscano spazi di libertà riguardo a specifici profili istituzionali e operativi. Con un quadro così definito sarà più semplice per gli enti aprire la riflessione – eventualmente con l’apporto di qualche consulente – e condurre gli organi a discutere e decidere in modo appropriato. Ma, esattamente, decidere intorno a che cosa?

 

Credo vi siano tendenzialmente due approcci per affrontare questo passaggio. Il primo, di taglio minimalista, parte dal presupposto che l’ente dispone di un assetto ben definito, con la necessaria chiarezza di obiettivi, linea strategica e assetto operativo. Che non ritiene di confrontarsi più di tanto rispetto al disegno politico e istituzionale che ha ispirato il Codice, del quale prenderà in considerazione semplicemente gli obblighi di adeguamento e, se apparirà vantaggiosa, qualche opzione legata a ben meditati arbitraggi fiscali. In questi casi ci si limiterà ai profili strettamente legali, operando soltanto i ritocchi necessari per allinearsi alla nuova normativa.

 

Per molte altre realtà, la rivisitazione da compiere può invece rappresentare l’occasione, per un ripensamento profondo, condotto a partire dalla propria storia e dalla analisi della propria situazione attuale, combinato con l’approfondimento delle linee portanti sottese alla nuova normativa. Il Codice infatti, è impostato secondo una nitida opzione ordinamentale e mira a ricollocare, entro il campo molto esteso delle attività, i diversi enti secondo criteri funzionali. Questi determinano specifici profili in relazione alle caratteristiche delle risorse che i diversi soggetti mobilitano ed alle modalità secondo le quali interpretano la funzione di interesse generale loro attribuita.

 

In particolare vi è una faglia che, coerentemente con l’evoluzione degli ultimi decenni del Terzo settore, attraversa il complessivo sistema giuridico. Da un lato vi sono gli ETS che operano con caratteristiche e logiche imprenditoriali, svolgendo la loro missione solidaristica attraverso un’attività commerciale. Sono le imprese sociali. Ad esse fanno da pendant, sull’altro fronte, gli enti che raccolgono risorse umane (volontari, associati) ed economiche (rendite, donazioni, contributi) per redistribuirle trasformandole in attività e servizi non onerosi per i destinatari.

 

Nel corso degli ultimi decenni, l’evoluzione e lo sviluppo delle attività, fisiologicamente con sempre maggiori componenti di “mercato” hanno spesso trasformato enti, soprattutto quelli più antichi (si pensi alle Misericordie e agli Enti religiosi), in aggregati delle forme molto articolate. Una delle ragioni principali è da ricercarsi nella legislazione fiscale che non ha scelto, in questo campo, un approccio nitido, ma, riconoscendo la categoria degli “enti commerciali decommercializzati”, ha favorito la creazione di forme ibride, con assetti complessi, frutto esclusivo dei contorsionismi necessari per rientrare nei parametri fiscali.

 

Anche il Codice, nonostante l’impostazione di base, risente di questo peccato originale. Anche perché alcune lobby all’interno del Terzo settore si sono molto impegnate per mantenere lo status quo. Questo però può essere il momento delle scelte strategiche, fondate sulla consapevolezza dei percorsi e delle dinamiche di sviluppo passate, ma, soprattutto su quelle a venire. Il momento per rimeditare assetti, governance, strategie di sviluppo e, in molti casi l’opportunità di mantenere l’unità della organizzazione o, se del caso, creare invece dei “gruppi” di enti tra loro collegati, ma con missioni e modalità operative distinte e complementari. Imprese sociali frutto di spin-off da enti filantropici, che mantengono il controllo; associazioni di volontariato a fianco di imprese sociali; associazioni di promozione sociale nate per opportunità fiscali che si ridisegnano intorno all’impresa sociale che si trovano incorporata, e così via.

 

Si apre un grande cantiere che, come Osservatorio, continueremo nei prossimi mesi ad alimentare con riflessioni, suggestioni, proposte, cercando di dare il nostro contributo per un Terzo settore moderno e ben articolato, sempre più capace di porsi come protagonista dello scenario economico, sociale e, più complessivamente, civile del nostro Paese.

 

Felice Scalvini

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