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Terzo settore

Il Parlamento europeo per l’economia sociale

Felice Scalvini

“Trilògo” è uno strano neologismo partorito dalle istituzioni europee per indicare il dialogo a tre che deve necessariamente instaurarsi tra Commissione, Parlamento e Consiglio, per arrivare alla promulgazione dei principali provvedimenti dell’Unione Europea.

 

Il Regolamento per il Fondo Sociale Europeo 2020/26 è appunto uno di questi. Poco prima della conclusione dell’anno passato, il Parlamento ha approvato una copiosa quantità di emendamenti che ritiene dovrebbero essere apportati al testo della proposta di provvedimento ricevuto dalla Commissione. A questo punto si apre appunto il “trilògo”. Gli sherpa delle tre istituzioni si metteranno al lavoro per giungere, dopo lunghe discussioni, negoziazioni e mediazioni, ad un testo che tutti possano approvare.

 

Ma tutto ciò cosa c’entra con il Terzo settore?
In questo caso molto perché uno dei temi più presenti negli emendamenti del Parlamento riguarda la partecipazione dei cittadini ed in particolare delle imprese sociali alle azioni e alle iniziative che saranno sostenute dal Fondo Sociale. In particolare quelle rivolte a contrastare la povertà e a favorire le diverse forme di inserimento sociale. Un risultato di non poco conto per le organizzazioni di rappresentanza del Terzo settore a Bruxelles. In particolare SEE – Social Economy Europe, l’organizzazione “umbrella” che riunisce le quattro storiche “famiglie”: associazioni, cooperative, mutue e fondazioni, si è distinta in attivismo e incisività.

 

Va detto che tradizionalmente il Parlamento Europeo, insieme al CESE – Comitato Economico e Sociale Europeo, è da sempre una delle istituzioni più attente alle istanze sociali e partecipative che giungono dai corpi intermedi della società civile. È del 2009 il “Rapporto” presentato dalla eurodeputata Patrizia Toia e approvato dal Parlamento a larghissima maggioranza, relativo a “un maggiore riconoscimento culturale e giuridico di tutte le realtà del mondo associativo, delle imprese sociali, delle cooperative, delle fondazioni e delle mutue”.

 

Dunque l’iniziativa di SEE ha trovato terreno fertile e, soprattutto, hanno trovato accoglienza almeno due questioni cruciali. La prima è la formulazione della definizione di impresa sociale in modo più articolato e completo rispetto a quanto previsto nel documento della Commissione.
Per noi italiani una formulazione molto vicina a quella contenuta nel D.lgs. 112/2017 con un chiaro richiamo alle finalità solidaristiche e sociali preminenti rispetto al capitale e alla indistribuibilità nella maggior parte degli utili. La seconda riguarda l’espresso richiamo ai partenariati tra organizzazioni pubbliche e del Terzo settore per quanto concerne la sperimentazione e la diffusione di iniziative di innovazione sociale.
È difficile dire se il buon giorno si vedrà dal mattino. Il percorso è ancora lungo. La scadenza elettorale europea incombe e con essa la domanda circa gli orientamenti che un nuovo Parlamento e una nuova Commissione avranno nei confronti del Terzo settore e dell’Economia Sociale.

 

Nel frattempo un punto a favore è stato comunque segnato ed è certo che anche per il futuro le associazioni di rappresentanza europee del Terzo settore continueranno a lavorare con grande impegno.

 

Felice Scalvini

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