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Chiesa

Enti religiosi cattolici. Alcuni nodi equivoci che possono renderne difficile l’ingresso nel Terzo settore

Lorenzo Pilon

La regolamentazione giuridica del Terzo settore sarebbe stata carente ed incompleta se non avesse tenuto conto delle attività di interesse generale svolte dagli enti religiosi civilmente riconosciuti e ciò per l’evidente rilievo qualitativo e quantitativo di esse.
La natura confessionale degli enti religiosi e la conseguente loro autonomia ordinamentale solennemente affermata agli art. 7 ed 8 della Costituzione, tuttavia, introducono dei problemi di collegamento tra ordinamenti e di coordinamento tra le rispettive norme che il legislatore della Riforma non ha avuto, forse, tempo e possibilità di affrontare in modo sempre adeguato.
Ed, in effetti, vi sono punti della nuova normativa che, o perché non hanno considerato la specificità giuridica dell’ente religioso civilmente riconosciuto, o perché carenti di nome di coordinamento con l’ordinamento confessionale o per altri motivi, lasciano scoperti di disciplina alcuni delicati aspetti applicativi o introducono situazioni giuridiche equivoche o possibili di interpretazioni fuorvianti.
Una tale situazione, aggiunta all’incertezza tuttora esistente sui contenuti finali e sui tempi di entrata in vigore del particolare regime fiscale applicabile, potrebbe avere come effetto immediato di scoraggiare molti enti religiosi dall’entrare nel perimetro del Terzo settore.
Indicherò di seguito solo i primi e principali ambiti problematici come percepiti in modo empirico dai contatti avuti con alcuni enti religiosi cattolici, limitandomi a delineare l’aspetto di problematicità applicativa e rinviando a sedi più appropriate ogni approfondimento tecnico–giuridico.
Prima di procedere a tale elencazione è, comunque, opportuno ricordare come il legislatore della Riforma abbia voluto, da un lato, che per ciascun ente l’assunzione della qualifica di ETS sia facoltativa e non obbligatoria e, dall’altro, che per gli enti religiosi civilmente riconosciuti una tale qualifica riguardi non l’ente ma suoi specifici rami di attività di interesse generale.

 

1. Attività istituzionali ed attività di interesse generale
L’art. 4, comma 3, del CTS precisa che “Agli enti religiosi civilmente riconosciuti le norme del presente decreto si applicano limitatamente allo svolgimento delle attività di cui all’articolo 5” a condizione che per tali attività: (i) adottino un regolamento che recepisca le norme del CTS “ove non diversamente previsto ed in ogni caso nel rispetto della struttura e delle finalità dell’ente”; (ii) costituiscano un patrimonio destinato; (iii) tengano scritture contabili separate.
In forza di tale previsione, l’ente che decidesse di entrare nel perimetro della Riforma dovrebbe strutturarsi in modo da avere un ramo di attività istituzionali ed uno o più rami di attività di Terzo settore.
Tuttavia, una tale netta distinzione organizzativa, patrimoniale e contabile risulta quanto mai difficile quando per un ente ecclesiastico il carisma che lo caratterizza (e che lo qualifica sul piano istituzionale) si realizza attraverso attività perfettamente coincidenti e sovrapponibili con quelle di interesse generale.
Si pensi alle Congregazioni religiose votate all’educazione scolastica, alla cura degli infermi, all’accoglienza dei migranti, alla carità verso i poveri e gli emarginati.
In tali situazioni molte volte il confine tra i “rami di attività” è così labile da rischiare di travolgere (fuorviandola) la specifica natura confessionale dell’ente e la sua, conseguente, autonomia ordinamentale.

 

2. Il regolamento del ramo
Il secondo aspetto potenzialmente problematico riguarda l’obbligo di autoregolamentazione del ramo di attività di interesse generale imposto dall’art. 4 del CTS sopra citato quale condizione di accesso al perimetro del Terzo settore.
La funzione del regolamento è quella di recepire, con riguardo al ramo, le norme del CTS “ove non diversamente previsto ed in ogni caso nel rispetto della struttura e delle finalità dell’ente”.
Il doppio ordine di deroga all’obbligo di recepimento riguarda, da un lato, quegli aspetti che lo stesso CTS dichiara espressamente non applicabili agli enti religiosi (ad es. art. 12, comma 2) e dall’altro quegli altri aspetti nei quali, pur in mancanza di una espressa norma derogativa, l’applicazione della specifica disciplina sul Terzo settore andrebbe in contrasto con la tutela della struttura e funzione proprie dell’ente religioso.
Ed è su questa seconda categoria di possibilità derogativa che, appunto perché non definita, potrebbe sorgere contrasto tra la valutazione svolta dall’ente in sede di autoregolamentazione e quella che potrà essere svolta in sede di controllo ai sensi dell’art. 93.

 

3. Il patrimonio destinato
Altra condizione necessaria per poter attivare un ramo ETS è l’obbligatoria costituzione di un patrimonio destinato all’attività di interesse generale svolta dal ramo medesimo.
In via generale, si ripropone la questione di fondo (già indicata al punto 1) per quegli enti per i quali, a seguito del particolare carisma, fine istituzionale ed attività di interesse generale si sovrappongono.
Ma la questione in concreto più rilevante riguarda il regime giuridico della responsabilità per l’ente che abbia attivato il ramo ETS. Ovvero: per le obbligazioni assunte nell’esercizio delle attività del ramo l’ente risponde solo con il patrimonio destinato (come sarebbe logico aspettarsi), o non risponde invece con l’intero suo patrimonio (come invece sembrerebbe emergere dall’interpretazione letterale della norma)?

 

4. L’utilizzo del risultato d’esercizio
L’art. 8 del CTS sulla destinazione del patrimonio “comprensivo di eventuali ricavi, rendite, proventi, entrate comunque denominate” costituisce una delle norme caratterizzanti il Terzo settore. Quanto in esso previsto è, pertanto, intuitivo debba essere recepito all’interno del regolamento del ramo.
Il problema si pone per quegli enti ecclesiastici nei quali maggiore è la contiguità tra attività carismatica ed attività di interesse generale, in quanto attraverso le entrate derivanti da quest’ultima (gestione di scuole, di ospedali, di strutture di accoglienza) essi contribuiscono a sostenere in tutto o in parte anche l’attività di tipo istituzione (esigenze di vita della casa religiosa, promozione del carisma, sostegno dei religiosi malati o anziani, etc.).

Entrando, poi, nello specifico applicativo, questioni più tecniche ma di grande rilievo operativo e pratico si pongono con riguardo alle regole sulla governance e sui controlli degli ETS allorché le si pongano in relazione con l’autonomia giuridico-strutturale propria dell’ente confessionale.
In un tale quadro, sarebbe auspicabile fosse il legislatore a fornire elementi di maggior chiarezza per non correre il rischio di vedere sfumare l’utile apporto degli enti religiosi fin dalla prima attuazione della Riforma.

 

Lorenzo Pilon

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